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Aborigeni, scoperta e colonizzazione Gli aborigeni cubani:
La scomparsa degli aborigeni, come conseguenza dell’impatto della colonizzazione europea, ha costretto gli storici a basare le loro ricerche fondamentalmente sui racconti e sui documenti risalenti ai primi anni successivi alla conquista, ampliandole solo recentemente grazie a nuovi studi archeologici e antropologici tuttora in svolgimento. Si calcola che, al momento della prima occupazione dell’isola da parte degli spagnoli, nel 1511, la popolazione autoctona di Cuba raggiungesse i 100.000 abitanti. Nel 1550, anno della compilazione dei primi Atti Capitolari conservati dalla Giunta municipale di La Habana, di indigeni ne erano rimasti 4.000. Gli studiosi hanno definito di volta in volta con nomi diversi le culture indigene cubane, modificandoli ogni volta che si facevano nuove scoperte. Per lungo tempo, per esempio, per mancanza di riscontri archeologici, vennero chiamate indistintamente ciboney tutte le popolazioni indigene dell’isola. I primi reperti furono scoperti nel 1847. Cristoforo Colombo e i suoi successori chiamarono indistintamente indios gli abitanti di Cuba e quelli delle altre terre scoperte nel Nuovo Mondo. Compito degli storici agli inizi del XX secolo fu perciò quello di risalire a quale tra le diverse culture era stata la più sviluppata; di capire, cioè, a quale civiltà appartenevano coloro che Fra’ Bartolomeo de Las Casas aveva chiamato rispettivamente taíno e ciboney . Nonostante ciò, i termini taíno, ciboney e guanahatabey , così come compaiono negli scritti di Las Casas, hanno continuato a far parte della cultura cubana, dopo che poeti e letterati della prima metà del XIX secolo li avevano resi di moda. I risultati di ricerche archeologiche effettuate nella seconda metà del XX secolo permettono di affermare che uomini primitivi abitavano l’isola di Cuba già 6.000 anni fa. Questa epoca corrisponde al periodo predinastico in Egitto, precedente quindi alla costruzione delle grandi piramidi. Questi primi gruppi umani sono stati definiti ‘pre-agro-ceramisti’ perché non conoscevano né l’agricoltura né la ceramica. Essi compaiono a partire dalla data sopracitata e perdurano per lungo tempo, fino all’arrivo degli spagnoli. Al periodo compreso tra l’anno 0 e il 900 della nostra era risalgono invece resti di vasellame primitivo in ceramica, rinvenuti in un esiguo numero di siti. Tale epoca è stata definita ‘protoagricola’. All’arrivo degli europei sull’isola vivevano gruppi di aborigeni agricolo-ceramisti, che praticavano l’agricoltura e conoscevano le tecniche di fabbricazione della ceramica. La presenza di tali gruppi viene fatta risalire all’VIII secolo della nostra era. Pertanto è opinione comune tra gli esperti ritenere che il popolamento dell’arcipelago cubano sia avvenuto attraverso migrazioni successive, a partire da tempi molto remoti. Lo stesso Cristoforo Colombo aveva già notato delle differenze tra le popolazioni che aveva incontrato durante il suo primo viaggio lungo la costa nord di Cuba e quelle incontrate durante il secondo viaggio, in punti diversi della costa meridionale. In particolare, Colombo rilevò l’esistenza di due culture distinte: una maggiormente evoluta, rappresentata dai villaggi agricoli che si trovavano tra Bariay e Maisí, e una seconda, più primitiva, concentrata nei villaggi di pescatori a sud di Camagüey. Colombo incontrò un terzo gruppo di indigeni nell’estrema parte occidentale dell’isola, i quali, come lui stesso annotò, parlavano una lingua diversa da quella degli indigeni che lo accompagnavano facendogli da interpreti. Tuttavia, in un documento pubblicato a Barcellona nel 1493, l’Ammiraglio metteva in rilievo le somiglianze esistenti tra le popolazioni delle diverse terre da lui scoperte durante il suo primo viaggio. Egli afferma infatti: "…non ho riscontrato molte differenze nell’aspetto fisico delle persone, nelle usanze e neppure nella lingua - si capiscono tutti tra di loro, il che è abbastanza singolare…". In effetti, gli aborigeni delle Antille, compresi i primi abitanti di Cuba, appartengono al gruppo linguistico degli arauachi – il più diffuso in tutta la costa settentrionale dell’America Latina – che all’epoca della conquista si estendeva fino alle isole Lucayas o Bahamas. Secondo quanto risulta da ricerche effettuate nella prima metà del XX secolo, il diverso ‘idioma occidentale’, incontrato da Colombo nella parte ovest di Cuba, non ha lasciato tracce nella denominazione india delle località di questa zona, che risultano invece simili a quelli della zona centrale e dell’oriente cubano. Alcuni studiosi spiegano questo fatto sottolineando l’isolamento in cui questo gruppo di indigeni viveva, confinato da tempo nella regione ovest dell’isola. Gli interpreti di Colombo erano indigeni taíno di Haiti e delle Lucayas e appartenevano alle ultime frange del gruppo culturale arauaco, che nelle Antille minori stavano già cedendo il posto a un’altra etnia a esso imparentata, i guerrieri caribe. Nel tentativo di mettere a confronto la tradizione con i risultati delle ricerche in corso di svolgimento, gli storici assegnano il nome di taíno al gruppo agricolo-ceramista, mentre identificano come ciboney il gruppo che non conosceva la ceramica, ma aveva una cultura più progredita, e come guanahatabey il gruppo più primitivo dei tre. Tutte queste popolazioni erano pacifiche e vivevano in comunità primitive; i primi potrebbero essere classificati come appartenenti a una cultura neolitica avanzata, i secondi a una fase neolitica primitiva, mentre gli ultimi rientrerebbero in una fase paleolitica. In definitiva, le differenze tra gli aborigeni cubani sono essenzialmente determinate da differenti gradi di sviluppo. Dal punto di vista fisico, infatti, tutti gli indigeni appartengono a uno stesso tipo: bassa statura – solo i taíno sono leggermente più alti – cranio corto, piccolo e arrotondato, orbite per lo più quadrangolari e narici piuttosto strette. Secondo le testimonianze dei cronisti dell’epoca, avevano la pelle scura tendente al rossastro, poca barba, un corpo ben proporzionato e portavano i capelli sciolti, folti e neri. I taíno usavano deformarsi il cranio attraverso pressione fronto-occipitale e, a differenza dei ciboney, portavano i capelli corti. Dai reperti ritrovati si rileva che diverse comunità aborigene convivevano nello stesso periodo in una stessa regione. Sulla costa sud di Camagüey, per esempio, sono stati rinvenuti resti di insediamenti ciboney, mentre al nord è stata dimostrata l’esistenza di taíno agricolo-ceramisti in una fase primitiva. Questi ultimi erano stanziati lungo la costa nord della provincia di Holguín e lungo la costa sud delle provincie del centro, dove sono presenti siti archeologici in prossimità delle foci dei fiumi. Intanto a Cuba le ricerche archeologiche continuano a procedere in maniera sistematica, alla ricerca di maggiori indizi sulla rotta seguita dagli intrepidi navigatori che, su fragili canoe , avevano scoperto l’isola molto tempo prima di Cristoforo Colombo.
La scoperta di Cuba
Dopo il suo sbarco, il 12 ottobre 1492, sull’isola di Guanahaní – la prima terra scoperta del Nuovo Mondo – Cristoforo Colombo prosegue la sua ricerca delle ambite terre delle spezie (India, Cipango e Catay) e, già a partire dal giorno 21, fa dei riferimenti nel suo diario di bordo a un’altra isola più grande, che pensa potrebbe essere Cipango. Giorni dopo si leggono ulteriori commenti circa le ricchezze che questa terra conterrebbe. Martedì 23 ottobre scrive infatti Colombo nel suo Diario di Navigazione: "Oggi vorrei dirigermi verso l’isola di Cuba, che credo essere Cipango, secondo le segnalazioni che questa gente mi ha fornito sulla sua grandezza e le sue ricchezze". Il giorno successivo a mezzanotte – annota ancora Colombo – le tre caravelle della spedizione, la Pinta, la Niña e la Santa María, levano l’ancora "dirette all’isola di Cuba, che ho udito da questa gente essere molto grande e ricca, piena d’oro e di spezie, di grandi barche e di mercanti" e aggiunge: "…poiché, se ciò corrisponde realmente alle segnalazioni degli indios di queste isole e di quelli che porto con me sulle navi, giacché non capisco la loro lingua, deve essere l’isola di Cipango, di cui ho udito raccontare meraviglie…". Al calar della notte di sabato 27 ottobre, venne avvistata finalmente la terra tanto desiderata, ma gli esploratori furono bloccati dalla pioggia che durò tutta la notte. Domenica 28 ottobre le navi incominciarono a risalire un fiume molto grande, che misurava 12 braccia all’imboccatura e non presentava pericolo di fondali bassi o altri inconvenienti. La costa era molto ampia e senza alberi fino alla terra e Colombo annota che non aveva mai visto nulla di così bello: il fiume era circondato da alberi alti e frondosi e diversi da quelli spagnoli, colmi di fiori e di frutti, ciascuno della sua foggia. Colombo chiamò questa terra San Salvador (si trattava dell’attuale baia di Bariay , nella provincia di Holguín). Quello stesso giorno scrive Colombo: "Quest’Isola è la più bella terra che abbiano mai visto occhi umani, ed è piena di buoni porti e di fiumi profondi e l’erba della spiaggia giunge quasi al mare". La meraviglia destata dalle bellezze di Cuba si accompagnava alla speranza di scoprire miniere d’oro e fondali con ostriche perlifere, per la presenza delle quali Colombo considerava Cuba un luogo propizio. Era certo, inoltre, che fino a lì giungessero le navi del Gran Khan e pensava che la terra ferma si trovasse a 10 giorni di navigazione, conservava perciò la speranza di consegnare ai rappresentanti del sovrano d’Oriente le lettere di saluto dei Re Cattolici. Colombo dedicò più di un mese all’esplorazione della costa nord di Cuba, dei suoi porti e delle terre circostanti, a ovest e a est di Bariay. Egli ammirava la sua natura, studiava i suoi abitanti, che chiamò indios, come aveva già fatto per le popolazioni delle isole da lui scoperte in precedenza, e andava in cerca delle ricchezze tanto agognate, soprattutto di oro. Intorno al 23 di novembre ebbe notizia di un’altra grande isola nelle vicinanze, cosicché il 5 dicembre "decise di lasciare Cuba o Juana (così la chiamava Colombo) - territorio che, per le sue grandi dimensioni, aveva considerato fino a quel momento come terra ferma" - per dirigersi all’isola di Haiti, che raggiunse, entrando in uno dei suoi porti, quella stessa notte. Durante il secondo dei suoi quattro viaggi, incominciato nel 1493, Colombo partì da Haiti (Hispaniola) nella primavera dell’anno successivo per esplorare la costa cubana, dalla Punta di Maisí, dove aveva interrotto il viaggio precedente, fino alla regione occidentale. Il suo obiettivo era quello di verificare se si trattasse di un’isola, come aveva pensato al principio, oppure di parte di un continente. Colombo osservò e nominò i principali elementi geografici (capi, porti, gruppi di isolotti), compresa l’attuale Isola della Gioventù o dei Pini, che chiamò El Evangelista, ed entrò in contatto con gli indigeni. Dopo aver navigato per un mese e mezzo, costeggiando per 335 leghe la più grande isola delle Antille, Colombo, giunto all’altezza di Coloma (porto che si trova nell’attuale provincia di Pinar del Río, nella parte più occidentale dell’isola) ordinò di redigere un documento in cui tutti i componenti della spedizione concordavano nel dichiarare di credere che il territorio di Cuba fosse una parte della terraferma. Alcuni anni più tardi si ebbero tuttavia le prove che l’Ammiraglio aveva commesso un errore. Nel 1500 infatti, Juan de la Cosa, cartografo e membro della seconda spedizione e firmatario della dichiarazione di cui sopra, disegnò Cuba in una mappa con le sembianze di un’isola, avvicinandosi notevolmente alla sua reale geografia. Colombo invece, nonostante avesse esplorato anche vari territori del futuro Centro e Sud America, rimase convinto fino alla sua morte, che avvenne nel 1506, che Cuba facesse parte di un continente. Ne è prova il fatto che, in una carta geografica disegnata da suo fratello Bartolomeo nel 1506, che si basava su una precedente dell’Ammiraglio risalente al 1503, Cuba non viene rappresentata tra le Isole Antille. In effetti, mentre queste ultime sono collocate tra l’Europa e l’Asia – a una distanza minore rispetto a quella reale – Cuba è posta nella parte più settentrionale delle terre esplorate nel corso del terzo e del quarto viaggio, che chiama ‘Nuovo Mondo’.
La conquista e la colonizzazione di Cuba:
Fino al principio del XVI secolo, Cuba fu apparentemente dimenticata dagli spagnoli. Cristoforo Colombo aveva infatti incontrato una maggiore presenza d’oro a Hispaniola (Haiti), così Cuba-Juana fu lasciata da parte. Sarebbe stato suo figlio Diego, nel 1510, a ordinare che fosse esaudito il desiderio del re Ferdinando il Cattolico, di scoprire cioè se su quell’isola si trovava il prezioso metallo. A partire dal 1504 e negli anni successivi, il sovrano chiese al governatore delle Indie, Nicolás de Ovando, di occuparsi di Cuba. Tuttavia questi ordinò la Circumnavigazione dell’isola solo nel 1508, condotta da Sebastián de Ocampo, poiché lo stesso Ovando era impegnato a colonizzare Haiti e a soffocare le rivolte indigene dell’isola. Tuttavia esistano prove di viaggi occasionali a Cuba per rapire gli indios o dovuti ad avarie delle navi, ma questi non avevano nessun carattere ufficiale. Dell’impresa si occuparono alla fine con un certo impegno Diego Colombo e Diego Velázquez, ciascuno con motivazioni diverse: il primo, da poco nominato governatore delle Indie, desiderava, per ragioni politiche, adempiere alle richieste del sovrano, oltre a voler recuperare l’eredità di suo padre, il Grande Ammiraglio; Velázquez, l’uomo più ricco di Hispaniola, aspirava invece a svincolarsi dalla tutela del viceré per avere il privilegio di dipendere direttamente dal sovrano. Egli partì dunque da Salvatierra de la Sabana, vicino al capo Tiburón (a sud est di Hispaniola) e sbarcò a metà dell’anno 1510 in un luogo non precisato tra Guantánamo e Maisí, che chiamò Puerto de Palmas. Con l’aiuto di 300 uomini, condusse la sua missione come se fosse una spedizione militare, con l’obiettivo primario di pacificare in modo duraturo la regione di Baracoa, dove il cacicco Hatuey , arrivato anch’egli da Hispaniola, aveva organizzato una rivolta insieme agli aborigeni cubani. Dopo aver soffocato la rivolta, Velázquez si stabilì a Baracoa, pronto a conquistare altre regioni dell’oriente cubano. Questa seconda parte della conquista si caratterizzò per l’estrema violenza, nonostante le promesse del Governatore di voler effettuare un’occupazione pacifica. In realtà il suo secondo Francisco de Morales, che si diresse nella regione di Maniabón, e Pánfilo de Narváez a Bayamo (entrambe zone densamente popolate) commisero terribili crudeltà: Morales ripartì gli indios ridotti schiavi tra i suoi uomini, senza il permesso di Velázquez, mentre Narváez lasciò che le sue truppe violentassero le donne e derubassero gli indios di tutto ciò che avevano, commettendo tali violenze da far fuggire gli aborigeni verso Camagüey. Siccome Velázquez aveva dei contrasti con Morales, che appoggiava il viceré Colombo, con il pretesto della sua disobbedienza, ne approfittò per destituirlo. A Bayamo appoggiò quindi Narváez e gli affiancò Padre Bartolomeo de Las Casas, che convinse gli indios a tornare nelle loro terre, ma non poté impedire le violenze e gli assassinii. Prima di completare l’ occupazione dell’isola e la fondazione delle prime sette città, Velázquez si occupò di organizzare le attività coloniali a Baracoa, la prima sede della nuova autorità. Fondò inoltre Santiago de Cuba, che fu poi per decenni la capitale dell’isola.
Periodo coloniale e guerre di indipendenza
Periodo coloniale cubano
La presenza spagnola a Cuba si stabilizzò nel corso del secondo decennio del XVI secolo e l’isola – a differenza del resto dei territori del continente, dove il dominio spagnolo terminò all’inizio del XIX secolo – continuò a rappresentare l’ultimo gioiello della corona dei sovrani di Spagna fino al 1° gennaio del 1899, dopo 30 anni in cui si succedettero tre guerre d’indipendenza e un intervento straniero, quello degli Stati Uniti. La società coloniale si consolidò con l’assegnazione di terreni agricoli e per l’allevamento ai colonizzatori, le cui concessioni furono riconfermate dalla Spagna nel 1516 e successivamente riconosciute come perpetue. I cabildos, o consigli municipali, erano gli organi di governo delle città, mentre il governatore rappresentava i sovrani e la Casa delle Contrattazioni esercitava il monopolio sul commercio delle colonie. La Chiesa cattolica, infine, costituiva l’altro grande potere. Il regime feudale ancora vigente nella madrepatria veniva semplicemente trasferito nella colonia, nonostante qui gli abitanti vivessero in capanne di guano come gli aborigeni. In mancanza del ceto nobiliare, le gerarchie si basavano sui meriti militari, sulle capacità di organizzazione e sulla ricchezza. Le principali attività economiche erano costituite dallo sfruttamento degli indios attraverso il sistema delle encomiendas (servitù), usandoli inizialmente come manodopera nelle miniere e successivamente nell’allevamento e nell’agricoltura. Dato che i nuovi signori si consideravano esenti da qualunque tipo di lavoro pesante, fecero ricorso agli schiavi africani, che già da tempo venivano introdotti sull’isola, per sostituire la progressiva mancanza di manodopera degli indios fino alla completa scomparsa degli aborigeni . E’ possibile individuare nel XVI secolo due fasi distinte: durante la prima il poco oro scoperto sull’isola si esaurì rapidamente e nello stesso tempo scomparvero anche gli indios. Cuba rimase così quasi del tutto spopolata, soprattutto dopo le spedizioni di conquista del Messico e della Florida e l’emigrazione degli abitanti verso il Perù e verso altre terre di maggiori ricchezze. Nello stesso tempo, la minaccia di incursioni da parte di corsari e pirati diventava più grave di anno in anno, fino a quando, nel 1555, il corsaro Jacques de Sores occupò La Habana, costringendo il governatore di Cuba alla fuga. A questo punto la Spagna si rese conto dell’importanza strategica della più grande isola delle Antille. Perciò, al fine di favorire una nuova colonizzazione, le concessioni di terre cubane riguardarono fondamentalmente aree destinate allo sviluppo dell’allevamento e dell’agricoltura. Inoltre, La Habana si sarebbe dovuta trasformare in una cittadella fortificata, luogo di concentrazione delle due flotte che ogni anno si dirigevano verso la Spagna cariche d’oro e d’argento americani. Alla fine del XVI secolo comparvero i primi zuccherifici, dando inizio a un processo che, a partire dal XIX secolo, costituì la fondamentale linea di sviluppo dell’economia di Cuba. L’espansione dell’industria zuccheriera continuò fino alla fine del XVII secolo, quando comparve quella del tabacco . Il ferreo monopolio esercitato dalla Casa di Contrattazione di Siviglia spinse la popolazione a praticare il cosiddetto commercio di recupero, cioè il contrabbando, attività che divenne all’interno del paese un’istituzione popolare di sussistenza, causa anche di rivolte in seguito alla repressione attuata dalle autorità. Intanto, mentre La Habana si stava trasformando in una città fortificata sempre più importante, la Spagna dissipava la propria potenza economica in guerre incessanti contro gli altri stati europei. Durante questi due secoli di sviluppo economico relativamente scarso, si produsse tuttavia una differenziazione tra gli spagnoli e coloro che erano nati sull’isola, i cosiddetti nativi o creoli. Alla fine del XVII secolo, inoltre, furono fondate Matanzas e Santa Clara, oggi importanti centri cittadini. Nel XVIII secolo alcuni dei conflitti che coinvolsero la Spagna ebbero delle ripercussioni anche su Cuba. Durante la Guerra di Successione Spagnola, per esempio, navi francesi stazionarono per cinque mesi nel porto della capitale per proteggere i possedimenti di Filippo V e i commerci con l’America. A Cuba furono inoltre organizzati spedizioni e assalti di corsari ai danni degli interessi britannici, e a loro volta gli inglesi attaccarono la città di Trinidad. Tuttavia, l’ascesa al trono spagnolo di Filippo V, nipote del monarca francese, favorì lo sviluppo economico della colonia cubana, nonostante fossero stati limitati i poteri delle giunte cittadine, come conseguenza dell’accentramento politico e amministrativo propugnato dal nuovo sovrano: i Governatori furono sostituiti da Capitani Generali, mentre il monopolio economico sul tabacco fu causa di proteste e di rivolte, violentemente represse. Le guerre ispano-britanniche di questo secolo ebbero come conseguenza l’occupazione della baia di Guantánamo ad opera di una spedizione inglese, che vi avviò la costituzione di una colonia denominata Cumberland, e addirittura, nel 1762, la conquista di La Habana, che rimase sotto il dominio britannico quasi 11 mesi. In questo periodo la città si aprì al commercio britannico, mentre il Governatore spagnolo di Santiago de Cuba venne nuovamente investito del potere su tutta l’Isola. Nel frattempo, e per i successivi 9 anni, i mari intorno a Cuba furono teatro di battaglie tra corsari nordamericani e cubani. Questi ultimi avevano spesso la meglio, riuscendo addirittura a catturare 77 navi in due anni, sia inglesi sia nordamericane. Fino alla metà del secolo, i corsari cubani rifornirono le popolazioni vicine di prodotti che normalmente scarseggiavano, a causa del monopolio ufficiale e delle guerre, ma nella seconda metà del secolo, con il nuovo sovrano Ferdinando VI, il commercio di contrabbando fu tollerato. I cambiamenti introdotti dalla politica della monarchia illuminata, a partire dal regno di Carlo III (1759-1788), contribuirono a una maggior differenziazione della colonia rispetto alla madrepatria, favorendo la nascita, nel periodo tra l’ultimo decennio del XVIII e la prima parte del XIX secolo, di movimenti precursori delle lotte nazionaliste cubane. Una delle conseguenze più rilevanti del cambiamento fu la fine del monopolio commerciale tra il porto di Cadice - che aveva sostituito Siviglia come porto spagnolo più importante del XVIII secolo – e La Habana. Gli scambi commerciali potevano svolgersi da quel momento anche tra Santiago de Cuba, Trinidad, Batabanó, Nuevitas, Remedios e Matanzas e i porti spagnoli di Barcellona, Cartagena, Alicante, La Coruña, Gijón e Santander. Inoltre, per la prima volta erano consentiti i commerci con le 13 colonie inglesi del Nord America, che nel 1783 avevano conquistato l’indipendenza. Negli anni successivi, dopo lo scoppio della Rivoluzione ad Haiti, il consolidamento del sistema di sfruttamento schiavista delle piantagioni monopolizzò il commercio estero dell’Isola.
La schiavitù africana a Cuba
Il sistema di sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni caratterizzò l’economia cubana a partire dalla fine del XVIII secolo, con un’intensificazione durante la prima metà del XIX secolo, fino alla sua definitiva sparizione alla fine dello stesso secolo – quando nel resto del mondo risultava ormai una struttura obsoleta. Si fa risalire al XVI secolo la presenza sull’isola di circa 700 neri - arrivati dalla Spagna come schiavi - che vivevano in uno stato di dipendenza di tipo domestico-patriarcale al servizio delle famiglie di proprietari terrieri. Da alcune fonti si rileva che alcuni giunsero sull’isola al seguito di Diego Velázquez e dei suoi uomini, al momento della conquista o durante la successiva colonizzazione dell’Isola. La schiavitù assunse un carattere più spietato in conseguenza dell’espansione dell’industria zuccheriera, che richiedeva migliaia di braccia. I latifondisti fecero perciò ricorso alla tratta degli schiavi. Si calcola infatti che il totale degli schiavi africani introdotti a Cuba (fino all’ultimo carico, risalente all’anno 1873) sia stato di 925.868. Nel primo periodo della colonizzazione, dal 1510 al 1762, giunsero sull’isola 64.000 schiavi, mentre il loro numero crebbe notevolmente, arrivando a più di mezzo milione (568.273 per l’esattezza, pari al 61.38 % del totale) dopo 51 anni di espansione dell’industria zuccheriera, dal 1790 al 1841. Il culmine venne raggiunto tra il 1828 e il 1841, quando giunsero sull’isola 237.500 schiavi, appartenenti a diversi gruppi etnici: lucumí, congo, carabalí, mandingo, ewe-tshi e hamito negroidi. Nel 1817 l’Inghilterra ottenne dalla Spagna la ratifica di un accordo per l’abolizione della tratta degli schiavi, che avrebbe dovuto entrare in vigore a partire dal 1820. Tuttavia questa misura ebbe come unico risultato l’intensificarsi del contrabbando di schiavi - durante i 20 anni successivi giunsero infatti illegalmente sull’isola circa 300.000 africani. All’epoca, quando le imbarcazioni inglesi sorprendevano una nave negriera, l’intero carico umano, legato con pesanti catene, veniva buttato a mare. Il timore per l’abolizione della schiavitù determinò l’intensificarsi dello sfruttamento: aumentavano le ore di lavoro e anche le punizioni in caso di ribellione; la speranza di vita degli africani si riduceva sempre più, costretti com’erano con la forza in prigionia, fino alla morte. A Cuba c’erano fin dall’inizio i neri chiamati ‘cimarrones’, coloro che erano riusciti a sfuggire ai loro padroni e che si nascondevano nelle zone di intricata vegetazione tra le montagne, dove vivevano in libertà dedicandosi alla coltivazione nei cosiddetti palenque. Negli anni 1533 e 1538 scoppiarono delle rivolte, così come nel dicembre del 1616 dove, nelle città di Sancti Spiritus e Trinidad, la ribellione fu appoggiata da neri liberi e da cimarrones oltre che dagli indios yucatechi che erano stanziati in quella zona. La rivolta degli schiavi che lavoravano nelle antiche miniere di Santiago del Prado, nella zona del Cobre, vicino a Santiago, è particolarmente rilevante, perché si protrasse per più di un secolo. I disordini più gravi avvennero durante l’epoca di maggior espansione dello sfruttamento schiavista delle piantagioni : aumentarono il numero di cimarrones e le rivolte negli zuccherifici e nelle piantagioni di caffè. Nella zona di Matanzas furono particolarmente violente, e furono represse dalla fanteria e dalla cavalleria spagnole inviate da La Habana. A partire dal 1868, le forze indipendentiste accolsero nelle loro fila centinaia di neri e mulatti liberi e, nelle regioni orientali del paese, di schiavi. Dopo l’abolizione della schiavitù negli anni ‘80 del secolo, la guerra d’indipendenza organizzata nel 1895 da José Martí poté contare sul valore di un importante gruppo di generali e di ufficiali neri che combatterono accanto ai bianchi, e che avevano già partecipato a battaglie precedenti, così come su truppe composte da soldati di tutte le razze.
La Guerra dei Dieci Anni
La Prima Guerra per l’Indipendenza di Cuba scoppiò il 10 ottobre 1868, con la sollevazione di Carlos Manuel de Céspedes, nella centrale dello zucchero La Demajagua, e con la successiva ribellione di Donato Mármol, Calixto García, Vicente García, Francisco Vicente Aguilera e di altri capi rivoluzionari orientali. E’ nota come la "Rivoluzione di Yara", nome del villaggio assaltato dai mambises poche ore dopo la sollevazione. Il settore più progressista dei proprietari terrieri cubani aveva optato per la lotta armata e trascinò con sé contadini medi e poveri – bianchi, neri e mulatti liberi – come pure schiavi liberati. Fin dai primi giorni vi erano nelle fila dell’Esercito Liberatore diversi dominicani con esperienza militare, tra questi Máximo Gómez, come pure il mulatto Antonio Maceo e i suoi familiari che molto si distinsero successivamente. La sollevazione a Camagüey avvenne nel mese di novembre e a Las Villas nel febbraio 1869. Una guerra mortale si sarebbe sviluppata per dieci lunghi anni in questa parte dell’isola. I ricchi possidenti dello zucchero dell’occidente, fecero causa comune con la Spagna o se ne andarono all’estero, timorosi di vedere colpiti i loro interessi e in particolar modo per paura che i loro schiavi si unissero alla contesa. Il 20 ottobre 1868 venne presa la città di Bayamo, dopo tre giorni di combattimenti. Lì si stabilì il primo Governo della Repubblica in Armi. Per contenere gli insorti e per togliere loro le basi di appoggio, la Spagna ricorse a una politica di terra bruciata nei territori in rivolta, dove il terrore venne applicato contro la popolazione. Alla fine del 1869, la Corona poteva già contare nel paese su un esercito di 67.400 uomini e su 40.000 uomini del corpo di volontari, formato da spagnoli residenti. Gli spagnoli ripresero i principali villaggi della Valle del Cauto, ma gli abitanti di Bayamo preferirono incendiare la loro bella città prima di consegnarla. A Las Villas le truppe spagnole avevano una superiorità assoluta e a Camagüey vennero distrutte le basi degli insorti. Nel 1871 la maggior parte dei possidenti terrieri di Camagüey abbandonarono la lotta, convinti del fatto che la rivoluzione era in regresso. In questa complessa congiuntura, Ignacio Agramonte assume il comando di questa divisione e riorganizza le fila dei mambises. Ma nella parte nord della provincia di Oriente gli insorti avevano resistito. In febbraio Máximo Gómez aveva ricevuto notizie dal Governo dopo vari mesi e riuscì a rompere l’assedio spagnolo ad Aguas Verdes, vicino a Holguín, per marciare su Las Tunas dove si erano concentrate le forze disperse e armarle con tutto il necessario ricevuto da una spedizione proveniente dall’estero. Rimaneva a lottare solo la terza parte degli oltre 15.000 insorti che avevano iniziato la lotta, ma erano uomini abituati all’arte della guerra irregolare, esperti tiratori e nelle cariche al machete. Con questi uomini Gómez armò tre colonne mobili che distrussero la rete dei fortini spagnoli nella valle del fiume Cauto, che permise ai cubani di passare di nuovo all’offensiva. Successivamente riorganizzò i mambises nella zona di Santiago de Cuba e invase la ricca regione di coltivazioni di caffè di Guantánamo, con l’ordine del Presidente Céspedes di incendiare queste fonti di ricchezza per la Spagna. Il 26 ottobre, oltre 170 coltivazioni di caffè erano state ridotte in cenere ed erano stati liberati gli schiavi che vi lavoravano, che nella maggior parte passarono a ingrossare le fila indipendentiste. Nel 1873, i successi di Agramonte, Calixto García, Vicente García e Antonio Maceo – diventato colonnello durante l’invasione di Guantánamo – misero i cubani in vantaggio e l’anno seguente consolidarono la loro offensiva. La cavalleria di Camagüey aveva ristabilito il dominio rivoluzionario, prima che il suo capo morisse a Jimaguayú. Sostituendolo, Gómez condusse vittoriosamente in quello stesso anno alcuni dei combattimenti più importanti della contesa, come quelli di La Sagra e di Palo Seco e, nel primo trimestre del 1874, le azioni di Naranjo e di Mojacasabe e la battaglia di Las Guásimas, la principale di tutta la guerra. Questi scontri avvennero nel momento in cui Gómez stava concentrando le forze per iniziare la progettata invasione di Las Villas, che dovette posticipare. In quell’anno cadde prigioniero Calixto García. All’inizio del 1875, si prese gioco delle forze spagnole attraversando con oltre mille uomini la linea da Júcaro a Morón, linea difensiva tra le due coste destinata a impedire l’estensione della guerra. Lo stratega dominicano evitò combattimenti rischiosi, dislocò le sue truppe in tutta la regione di Las Villas e addirittura le più avanzate arrivarono fino a Matanzas, distruggendo al loro passaggio 83 centrali dello zucchero. Arruolò 1.400 uomini nell’Esercito Liberatore e si impadronì di oltre mille fucili e di duemila cavalli. L’invasione non poté essere fermata da 22 battaglioni spagnoli, tuttavia il regionalismo impedì che la lotta proseguisse verso occidente. Il Governo aveva deciso di rafforzare gli invasori con forze orientali, ma le truppe di Vicente García si rifiutarono di partire da Las Tunas, dove questo capo manteneva il suo territorio libero e ben approvvigionato, sulla base delle sue vittorie. Dalla destituzione di Céspedes nel 1873, da parte della Camera dei Rappresentanti, le divisioni interne hanno costituito un potenziale nemico dell’indipendenza cubana. La protesta di Vicente García e di altri generali a Lagunas de Varona andò oltre. Chiesero la destituzione del Presidente provvisorio Salvador Cisneros Betancourt, la modifica di parte della Costituzione di Guáimaro e una riforma generale del Governo. Cisneros rinunciò all’incarico, vennero convocate nuove elezioni per rinnovare la Camera e Vicente García ottenne il mandato congiunto per le province di Oriente e di Camagüey. Subito gli abitanti di Camagüey e quelli di Las Villas rifiutarono di essere diretti da capi di altre regioni. La Camera riformata elesse Presidente Tomás Estrada Palma, che cadde prigioniero nel 1877. A metà del 1877 le truppe di Vicente García si rifiutarono di nuovo di marciare su Las Villas e il loro capo rifiutò il comando in questa regione. Gli abitanti di Holguín formarono un loro Governo, il Cantone di Holguín. Il terreno era pervaso dalla demoralizzazione che culminò nel 1878 nel Patto del Zanjón. La fine della guerra. La Protesta di Baraguá
Alla vigilia dei tragici avvenimenti del 1878, la Spagna concentrò a Cuba oltre 250.000 uomini armati e un bilancio militare annuale di oltre 36 milioni di pesos. Ma il suo nuovo capo delle operazioni, Arsenio Martínez Campos, era convinto dell’impossibilità di vincere i cubani sul campo di battaglia e cominciò una nuova politica, destinata ad attrarre quelli che incominciavano a desistere di fronte alle difficoltà nel territorio di Cuba Liberata. Intanto che stringeva l’assedio militare, dava l’indulto ai disertori, rispettava la vita dei prigionieri e offriva separatamente vantaggi ai capi locali. Dal 1876 la situazione per i cubani era diventata sfavorevole, nonostante i trionfi di Antonio Maceo e di Vicente García in Oriente. Nell’ottobre di quell’anno, Máximo Gómez dovette abbandonare il comando a Las Villas e alla fine del 1877 a Camagüey rimanevano solamente 140 insorti. Il regionalismo aveva frustrato l’invasione verso occidente e il consolidamento delle vittorie a Camagüey, mancava un Generale in Capo capace di imporsi e di concertare azioni decisive e non solamente la difesa da parte dei capi locali delle loro zone. Il settore più radicale dei proprietari terrieri che aveva iniziato la lotta era morto, i suoi continuatori avevano paura dell’ascesa di un gran numero di capi e di ufficiali delle classi popolari, come Maceo e lo stesso Gómez, grande stratega e libero da qualsiasi tendenza regionalista. L’ultimo Presidente designato dalla Camera – dopo un breve mandato del Vicepresidente Francisco Javier de Céspedes, anche lui della famiglia Céspedes – fu Vicente García, ma già in pochi obbedivano al Governo e rispettavano le decisioni della Camera dei Rappresentanti. L’8 febbraio 1878 i capi militari della regione di Camagüey e deputati della Camera decisero di arrendersi, approfittando della sospensione delle ostilità decretata da Martínez Campos affinché gli insorti potessero conoscere il suo piano di pace. Lì, a San Augustín del Brazo, la Camera si sciolse senza consultare gli orientali, che ancora stavano ottenendo importanti vittorie. Il cosiddetto Comitato del Centro, costituito in tale occasione, si mise in contatto con Martínez Campos che, il 10 febbraio, rese noto nel suo accampamento di El Zanjón, che accettava la comunicazione del Comitato e ordinava la sospensione generale delle ostilità. Con il Patto del Zanjón avrebbe dovuto ufficialmente terminare la contesa il giorno 28. Martínez Campos si affrettò ad annunciare la pacificazione dell’isola, però restavano ancora contro la Spagna le truppe orientali di Antonio Maceo e di Vicente García e quelle di Las Villas di Ramón Leocadio Bonachea. Quando accadde tutto questo, Antonio Maceo – che da soldato semplice nell’ottobre 1868 era diventato Generale Maggiore nel 1877 – in gennaio e in febbraio era riuscito a impadronirsi di importanti rifornimenti di armi e di munizioni, dopo sanguinose battaglie nei pressi di Palma Soriano, nella Llanada de Juan Mulato, e ad annientare a San Ulpiano il famoso battaglione spagnolo di San Quintín. Le sue truppe, costituite per la maggior parte da schiavi liberati, da neri e da mulatti liberi e da un gruppo di fedeli ufficiali bianchi, erano lontane da qualsiasi demoralizzazione ed erano d’accordo con il loro capo di rifiutare la resa senza l’indipendenza e senza l’abolizione della schiavitù. Quindi le circostanze portarono Maceo a svolgere un ruolo di leader politico. Lasciando da parte qualsiasi screzio, convocò Vicente García e altri che erano ancora insorti e chiese un incontro con Martínez Campos. Il 15 marzo 1878, nei Mangos de Baraguá, il capo spagnolo poco poté aggiungere alle intenzioni di pacificazione. Maceo fu tagliente e chiaro. Anche i suoi accompagnatori Manuel Calvar e Felix Figueredo chiedevano alla Spagna l’indipendenza di Cuba e l’abolizione della schiavitù, obiettivi per i quali i cubani avevano lottato per dieci lunghi anni e vissuto ogni tipo di sofferenza e di calamità. Le ostilità ripresero il giorno 23 dello stesso mese in condizioni disuguali, tutta la potenza della Spagna contro 1.500 mambises che avevano deciso di proseguire la lotta. Inizialmente gli spagnoli non risposero al fuoco, ma poi la lotta venne intrapresa e agli insorti non veniva neppure lasciato il tempo per mangiare. Il nuovo Governo in armi decise di salvaguardare la vita a Maceo e di mandarlo all’estero, in maggio, a cercare rinforzi nell’emigrazione, ma di fronte all’impossibilità di organizzare una spedizione, poco a poco la lotta in Oriente finì, mentre a Las Villas il brigadiere Ramón Leocadio Bonachea si mantenne in lotta per diversi mesi. Tuttavia la Protesta di Baraguá, che ha avuto anche la sua Costituzione, preservò la dignità dei cubani, aspetto che permise di rivivere lo spirito di lotta per riallacciare la crociata indipendentista al momento opportuno. Dalla metà del 1878 cominciò un’altra cospirazione che avrebbe dato luogo nei due anni seguenti alla cosiddetta Guerra Chiquita, con il sollevamento di veterani del ’68 e con la partecipazione di José Martí come sottodelegato del Comitato Rivoluzionario di La Habana. Nonostante l’insuccesso, il giovane patriota avrebbe dedicato la sua vita alla preparazione della contesa del 1895 su nuove basi, con il braccio armato di Maceo e di Gómez. La guerra del 1895
Il fallimento del piano di Fernandina attentamente preparato, lungi dallo scoraggiare José Martí, lo convinse del fatto che era arrivato il momento: il 29 gennaio 1895 venne firmato l’ordine di sollevazione e il 24 febbraio i cubani si misero di nuovo sul piede di guerra. Alla fine del mese, circa 2.500 mambises (così venivano chiamati gli uomini dell’Esercito di Liberazione) lottavano in Oriente, in attesa dei grandi capi militari come Antonio Maceo e Máximo Gómez che finalmente giunsero in aprile in due diversi punti nella zona di Baracoa. A Duaba, il 1° aprile, arrivò Antonio Maceo con 22 combattenti, alcuni dei quali molto agguerriti come suo fratello José Gómez sarebbe poi arrivato il giorno 11, attraverso Playitas de Cajobabo, con Martí, con due veterani del ’68 e con altri due dominicani. Riunitosi con le forze insorte a Mayarí, Maceo comunicò – il 21 aprile – a tutti i capi che avrebbe assunto il comando e che fosse impiccato qualsiasi emissario di pace che non prevedesse l’indipendenza. In maggio avvennero due fatti notevoli, la riunione di Maceo, Gómez e Martí nella centrale dello zucchero La Mejorana, il giorno 5, e l’irreparabile perdita 14 giorni dopo, nel combattimento di Dos Ríos, di quest’ultimo, anima della Rivoluzione e il più universale di tutti i cubani. Maceo era rimasto in Oriente per condurre i suoi primi grandi combattimenti di questa contesa, che avrebbero messo gli spagnoli sulla difensiva, quando in ottobre iniziò da Baraguá l’invasione verso Occidente. Gómez, con l’anima addolorata, avrebbe ripreso il cammino verso Camagüey per incendiare lo spirito patriottico della regione e sviluppare la cosiddetta campagna circolare, strategia di logoramento del nemico. In aprile avevano cominciato le loro azioni gli insorti di Las Villas, a dimostrazione del seguito che nel paese avevano Maceo e Gómez. Molti altri iniziarono in luglio compiendo ordini del Generalissimo, che avrebbe poi operato in questa regione dopo avere attraversato, il 30 ottobre, la linea da Júcaro a Morón, in un punto tra quest’ultima città e Ciego de Ávila, prendendosi gioco degli spagnoli. Le fila degli indipendentisti vennero rinforzate sul suolo di Las Villas dalla spedizione dei generali Carlos Roloff e Serafín Sánchez, che sbarcò il 25 luglio a Punta Caney, a sud di Sancti Spiritus, con armi e munizioni che Martí era riuscito a salvare dal disastro di La Fernandina. Si unì a loro il generale orientale José María Rodríguez, al quale Gómez assegnò il comando a Camagüey, dove c’era carenza di capi esperti. Intanto, in settembre, l’Assemblea e la costituzione di Jimaguayú posero le basi indispensabili per evitare una ripetizione di quanto accadde a Guáimaro nella Guerra Grande, mentre in campo militare Camagüey e Las Villas erano pronte per il passaggio vittorioso della colonna d’invasione. Furono sufficienti tre mesi per raggiungere il principale obiettivo strategico della contesa: portare la guerra in tutto il paese e distruggere le principali fonti di ricchezza, che servivano da sostegno al colonialismo spagnolo. La Spagna giocò l’importante carta di Arsenio Martínez Campos dal momento in cui scoppiò di nuovo la contesa, ma prima del trascorrere di un anno le sue numerose sconfitte aprirono il campo a un nuovo Capitano Generale, Valeriano Weyler, che avrebbe dato una dimensione nazionale alle atrocità che aveva commesso in Oriente durante la scorsa guerra. Era difficile vincere i cubani nella boscaglia e nella pianura, rimaneva soltanto lo scatenamento di "una guerra a morte" che avrebbe implicato "di concentrare nei villaggi le famiglie che vivevano nei campi". Per questo motivo, Martínez Campos raccomandò a Weyler questa tattica dal luglio del 1895, quando venne sconfitto da Maceo a Peralejo. La cosiddetta concentrazione di Weyler venne applicata a partire dal 21 ottobre 1896, a Pinar del Río, regione dove Maceo condusse una serie di brillanti combattimenti per quasi un anno intero. Dopo sarebbe stata estesa ad altre regioni con un saldo di circa 400.000 morti per fame e per malattie, in maggioranza bambini, anziani e donne, dato che gli uomini si erano uniti agli insorti. Questo predecessore dei metodi hitleriani, aveva un termine di due anni per fare finire la resistenza dei cubani, ma fallì pure lui. Nell’agosto del 1897 venne sostituito dal generale Ramón Blanco, che era stato sostituto da Martínez Campos dopo il Patto del Zanjón, un esperto nel convincere di dimenticare il passato. Intanto la Spagna tentò di mascherare con guanti di seta i suoi feroci artigli dettando alla fine di novembre un Decreto Reale, che si riferiva a un regime autonomo a Cuba e a Puerto Rico. Ma tra la metropoli coloniale e l’insorta Cuba Libera non ci poteva essere accordo. Molto sangue scorse nei campi e nelle città nel 1896 e nel 1897, in feroci battaglie come quelle, o ancora più di quelle del 1895. Stando così le cose, le autorità calarono la carta ingannevole dell’autonomia: il 1° gennaio 1898 entrò in carica il Consiglio dei Segretari e in marzo si tennero le elezioni per un parlamento insulare. Il partito autonomista formato da cubani leali alla Corona, si era prestato alla farsa con cinque segretari e i due restanti appartenevano al partito riformista spagnolo. Ma la sorte della guerra e dell’indipendenza di Cuba rimase non definita da entrambe le parti. Gli Stati Uniti, che fino allora erano rimasti alla finestra, entrarono in campo nel 1898, con l’armamento più moderno dell’epoca.
L’invasione dei mambises da Oriente verso Occidente
Arsenio Martínez Campos comprese molto bene il significato delle parole "le seconde parti non sono mai state buone" quando il "pacificatore" della Guerra dei Dieci Anni, l’uomo del Patto del Zanjón, era stato costretto ad andarsene dopo che l’Esercito di Liberazione Cubano aveva invaso l’Isola, da Oriente a Occidente, in soli tre mesi, beffando 182.000 soldati spagnoli comandati da 42 generali. Gli invasori, torce in mano, avevano lasciato colonne di fumo al loro passaggio o avevano convinto i possidenti a pagare tributi alla Repubblica in Armi. La produzione di zucchero calò dell’80 %, privando la Spagna della sua più importante fonte di introiti. Piccoli contingenti, da duemila a quattromila uomini, capeggiati dai veterani Máximo Gómez e Antonio Maceo – per molti i migliori generali di questa contesa – avevano realizzato in tempi brevi una prodezza militare che aveva costituito – quella volta senza successo – una delle principali aspirazioni della Guerra Grande. Il Capitano Generale di Cuba, Martínez Campos, cercò invano di circoscrivere l’insurrezione in Oriente, ma la sagacia del piano mambí mise in ridicolo questo capo spagnolo, veterano anche della precedente contesa, la cui fama deriva anche dall’aver liquidato l’ultimo esercito carlista nella penisola iberica. Da Baraguá, dove nel 1878 si era visto faccia a faccia con il capo spagnolo, Maceo partì – il 22 ottobre 1895 – con una colonna di circa tremila uomini, per incontrare Gómez. Questo avviene il 24 novembre, alle quattro del pomeriggio a El Laurel, già in territorio di Las Villas. Ore prima gli invasori avevano attraversato senza particolari difficoltà la famosa linea da Júcaro a Morón, simulando di passare per un punto e attraversandola invece per un altro nei pressi di Ciego de Ávila. Un mese prima Gómez attraversò la via e fece sentire la sua presenza a Las Villas, confondendo in questo modo gli spagnoli che ritirarono dalla zona strettamente controllata parte dei loro uomini. La colonna d’invasione era stata preceduta dal Generalissimo, al cui passaggio erano insorti diversi gruppi che poi si unirono alle sue truppe. Ma la cosa più importante era il fatto che Gómez lasciava dietro sé la fiamma della rivoluzione designando capi e assegnando territori nei quali dovevano colpire e distrarre il nemico. Dopo le sconfitte subite in Oriente le forze spagnole erano sulla difensiva. La campagna di Gómez aveva fatto rivivere la lotta nella regione centrale e aveva dato organizzazione, disciplina e animosità alle reclute di Camagüey. Le sollevazioni si erano generalizzate anche tra gli abitanti di Las Villas. In questo modo era impossibile per la cavalleria degli invasori eludere gli scontri diretti. Vi furono solamente due combattimenti di poca importanza, Guaramanao e Lavado, in territorio orientale e niente di significativo a Camagüey. Ma a Las Villas Martínez Campos era deciso a chiudere il passaggio, anche se poi non raggiunse il suo obiettivo. Da Iguará, sul fiume Jatibonico, fino alla sanguinosa battaglia di Mal Tiempo, i cubani combatterono giorno e notte contro novemila nemici. L’11 dicembre erano stati attaccati da oltre quattromila uomini e, secondo quanto Gómez annotò nel suo diario, convinse Maceo sul fatto che non era conveniente resistere ma che occorreva colpirli di notte e nascondersi di giorno. In questo modo riuscirono a contenere la spinta del nemico e a causare numerose perdite. Ma il giorno 15, il vecchio dominicano e 400 dei suoi uomini fecero una carica al machete di soli 15 minuti contro 600 spagnoli, 200 dei quali perirono e il resto rimase ferito. Per i cubani, 4 morti e 40 feriti. Inoltre, lì si impadronirono di 150 fucili Mauser, di 60 Remington, di 6 casse di munizioni, di cavalli e muli, di equipaggiamenti e perfino della valigetta dei medicinali e della bandiera. Dopo questa vittoria a Mal Tiempo, nella zona di Cienfuegos, gli invasori irruppero al galoppo nel cuore della ricca regione di Matanzas, dove vennero effettuati gli strategici combattimenti di Coliseo e di Calimete (23 e 29 dicembre), contro truppe dirette personalmente da Martínez Campos. Dopo Coliseo, i cubani simularono di retrocedere verso est e il capo degli spagnoli abboccò imbarcando le sue truppe per tagliar loro la ritirata, ma qui avvenne il cosiddetto cappio dell’invasione, un altro rovescio degli spagnoli. Da quel momento niente li fermò. Migliaia di cavalieri cavalcarono più di 16 ore al giorno attraverso le fertili pianure del sud della regione Habana-Matanzas dove era facile rimpiazzare i cavalli. Il 1° gennaio 1896 gli invasori si accamparono vicino a Nueva Paz, nella provincia di La Habana. Nei giorni successivi occuparono Güira, Melena del Sur e Güira de Melena. Poi continuarono con Alquizar, Ceiba del Agua e Vereda Nueva. Vicino alla costa nord si disposero come se dovessero minacciare la capitale e a Hoyo Colorado si divisero in due forti colonne, ciascuna di oltre duemila uomini. Il Generalissimo fece una retromarcia verso La Habana per fermare e distrarre gli spagnoli, mentre il Generale Luogotenente Maceo continuava l’invasione a Pinar del Río, dove marciando verso nord prese il villaggio di Cabañas e fece arrendere San Diego de Nuñez, Bahía Honda e Las Pozas. Successivamente discese dalle catene montuose di Pinar del Río verso il centro, passò vicino alla città di Pinar del Río, ebbe un combattimento a Las Taironas, più a sud entrò trionfante a Guane e piegando a nord prese Mantua, il villaggio più occidentale di Cuba, il 22 gennaio 1896. Tutto il paese era in guerra. I mambises avevano ottenuto un eccezionale trionfo militare e politico.
Combattimenti del 1895
Diplomati nelle accademie delle boscaglie (sui monti) e in quelle delle pianure di Cuba nella precedente guerra, i mambises condussero a partire dal 1895 numerose azioni militari, dalla guerra di guerriglia fino alle grandi battaglie di fronte alle truppe d’élite della Spagna. L’esercito spagnolo costituì un buon fornitore di armi. Così accadde durante i primi mesi a Jucaibama, El Guanábano, El Caney e Ramón de las Yaguas. Le armi e le munizioni prese servirono per rifornire vari gruppi di insorti e la sconfitta del capo spagnolo Santocildes innalzò il morale rivoluzionario. Combinando ogni tipo di lotta, Antonio Maceo fece una brillante campagna, nei non adatti mesi di pioggia, dai punti distanti e opposti sia di Guantánamo e Las Tunas sia di Nipe e Manzanillo. Arsenio Martínez Campos, con 50.000 uomini e un moderno armamento, compreso il nuovo fucile Mauser, sbarcò nell’aprile 1895 a Guantánamo, scortato da navi da guerra, e successivamente rinforzò le guarnigioni di questa giurisdizione e quelle di Santiago de Cuba, Holguín, Bayamo e Manzanillo. Dopo i combattimenti del Jobito, 13 maggio, di Peralejo, 13 luglio, e di Sao del Indio, alla fine di agosto, sonore vittorie di Maceo, gli spagnoli passarono sulla difensiva in Oriente. Nei primi due subirono grandi perdite di uomini e di armamenti, compresa la morte dei capi di ogni colonna: il tenente colonnello Joaquín Bosch e il brigadiere Santocildes. A Sao del Indio, in tre giorni di combattimento, la colonna spagnola costituita da oltre mille uomini subì 200 perdite mentre i cubani, che non arrivavano a 600 combattenti, subirono 89 perdite. Martínez Campos credeva di essere circondato da grandi forze di insorti e mobilitò cinquemila soldati per andare da Bayamo a Manzanillo. La campagna orientale salvò la continuità della rivoluzione. Permise di forgiare un’agguerrita truppa dalla quale Maceo selezionò gli uomini per l’invasione verso Occidente e distrasse il comando spagnolo, aspetto che permise a Máximo Gómez di avanzare verso Camagüey e poi verso Las Villas. Poi il vecchio stratega dominicano avrebbe fatto lo stesso per permettere la partenza di Maceo da Baraguá, alla fine di ottobre, e di arrivare senza contrattempi al di là della linea da Júcaro a Morón. La campagna circolare di Gómez a Camagüey è un’altro notevole impresa militare. Con appena 200 uomini, attraversò in modo silenzioso la parte centrale dell’Isola e pazientemente riuscì a reclutare insorti tra i giovani abitanti di Camagüey, dato che i veterani non ne volevano sapere della guerra, a eccezione di Salvador Cisneros Betancourt, che si unì alla lotta l’11 giugno, anche lui con un gruppo di giovani. Quattro colpi di sorpresa (Altagracia, El Mulato, La Larga e San Jerónimo) in circa 90 ore, a partire dal giorno 17 e con lo stile del Generalissimo, smentirono certe versioni che lo davano per morto. In quei momenti Martínez Campos aveva il suo quartiere generale a Puerto Príncipe (dopo Camagüey) e cercava di riproporre il Patto del Zanjón per demoralizzare gli abitanti di Camagüey che avevano ricostruito le loro case e le loro fattorie. Attaccando qui e là, con marce circolari nei dintorni della capitale provinciale, l’eroe di Palo Seco e di Las Guásimas, in meno di un mese formò nuove truppe e poté cambiare i cavalli e l’equipaggiamento di quelle che aveva portato con sé. Inoltre ordina a Maceo di prepararsi per l’invasione. Il 20 luglio affronta a Ciego Molina una colonna e dopo due ore decide di ritirarsi. Aveva visto in azione il fucile Mauser, a ripetizione, la cui portata era di 2.200 metri, contro i suoi scarsi Remington, a colpo singolo, con portata di 650 metri. Adotta in seguito una nuova tecnica: aprire le fila nemiche con cariche al machete e organizzare una fanteria ben trincerata. Della Invasione da Oriente a Occidente, il combattimento di Mal Tiempo, oltre a essere il più sanguinoso, è stato quello a maggior ripercussione morale e politica per i mambises che avevano vinto solo con i loro machete. Ma l’invasione nel suo insieme rappresenta l’avvenimento militare più importante di tutta la guerra. Successivamente, nei primi mesi del 1896 Maceo operò in provincia di Matanzas e di La Habana fino a ritornare in quella di Pinar del Río dove addestrò gli abitanti affinché potessero agire da soli e lottò costantemente contro numerose colonne che non erano riuscite a cacciarlo. Si evidenziano i combattimenti di Cacarajícara, di El Rosario, di Lomas Tapia, di El Rubí, di Montezuelo, di Tumbas de Estorino e di Ceja del Negro, tra molti altri. Nella prima quindicina di novembre l’offensiva del capitano generale Valeriano Weyler era fallita. Altre vittorie importanti di quell’anno furono la battaglia di Saratoga, nella provincia di Camagüey, condotta da Gómez, e la presa di Guáimaro – con i suoi otto forti cintati di filo spinato – da parte di Calixto García, che era arrivato con una spedizione in primavera. Nel 1896 la causa indipendentista ha avuto anche perdite di valore: morirono in combattimento i generali José Maceo (Loma del Gato), Serafín Sánchez (Paso de las Damas), Juan Bruno Zayas (La Jaima) e Antonio Maceo (San Pedro), e per malattia José María Aguirre, capo della divisione di La Habana. Dalla morte di Maceo fino all’intervento nordamericano a metà del 1898 la lotta è accanita: gli spagnoli dominano nell’offensiva in occidente e stanno sulla difensiva a Camagüey e in Oriente, ma il tipo di guerra sviluppato dai cubani risultava insostenibile per gli spagnoli. Per esempio, nel territorio di Camagüey controllavano solamente i villaggi di Puerto Príncipe, di Nuevitas, di Santa Cruz del Sur e di La Trocha. Gli insorti si rifugiavano sulle colline e nei pantani nel territorio occidentale, mentre gli spagnoli erano concentrati in alcune città orientali dato che la maggior parte degli altri villaggi e delle campagne erano sotto il controllo di Cuba Libera. La Spagna aveva fatto un ultimo sforzo nella fortificazione dell’antica via da Júcaro a Morón, tra Las Villas e Camagüey, e altrettanto alla fine dell’anno precedente in quella da Mariel a Majana, tra Pinar del Río e La Habana. Ma questo non servì da ostacolo per impedire a Gómez di sviluppare a Las Villas la sua geniale campagna di La Reforma, mediante un’agile guerra di guerriglia, destinata a logorare oltre 50.000 uomini di Weyler. Calixto García – con alcuni cannoni e 1.200 uomini – prese Las Tunas, difesa da 14 fortini, in agosto, e tre mesi dopo prese Guisa, allo stesso modo molto fortificata. A Las Tunas, dopo tre giorni di lotta e con solo 81 perdite, catturò centinaia di prigionieri, 1.200 fucili, un milione e mezzo di munizioni e dieci carri di medicinali. Questo fatto costò la sostituzione a Weyler. Lo sviluppo delle lotte per l'indipendenza Nazione e nazionalità
Nessuno sa, con certezza, se qualcuno abbia creato in una sola volta la ricetta del piatto denominato "ajiaco creolo" - specie di zuppa con quasi tutti i tipi di vegetali commestibili del paese, di sicuro molto saporita e nutriente - o sia successo come per la nazionalità cubana, che si è formata a poco a poco, anch’essa con differenti ingredienti. Paese formato da emigranti - la scomparsa degli aborigeni data fin dal primo secolo della conquista - il popolamento avvenne per ondate successive e molto diverse fino al XX secolo, Cuba ha registrato una periodica diaspora come quegli stati che hanno sofferto per conflitti bellici e per crisi economiche. Attraverso la cosiddetta "Chiave del Nuovo Mondo", quanta gente sarà passata nello scorrere dei secoli e quante famiglie americane e del resto del mondo avranno o hanno avuto un nonno cubano? Anche gli spagnoli che ritornavano da Cuba erano chiamati dai loro compatrioti "indiani". Si dice che la Spagna ha fatto di tutto in America e per molto più tempo a Cuba, salvo che fare spagnoli. Gli storici stanno ancora studiando e polemizzando su quando hanno incominciato a intravedersi i primi tratti della nazionalità cubana. Ciò nonostante, le teorie coincidono sul fatto che la Nazione abbia cominciato a forgiarsi durante i primi dieci lunghi anni di lotta armata contro la Spagna. Se a partire del 1868 con il suo grido indipendentista Carlos Manuel de Céspedes si iscrive nella storia come il Padre della Patria, diversi decenni prima Félix Varela aveva dato origine al pensiero rivoluzionario cubano, fissando entrambi le solide basi dell’identità nazionale. Forse niente definisce meglio la nascita del nuovo paese di quanto fu scritto da un giovane cubano della prima generazione, il quale precorrendo profeticamente il suo futuro da protagonista, espresse nel suo poema "Abdala" (pubblicato nell’unico numero di un piccolo periodico che si chiamava "La Patria Libera"), il 23 ottobre 1869:
"L’amore, madre, per la patria non è l’amore ridicolo per la terra, né all’erba che calpestano i nostri piedi; è l’odio invincibile a chi l’opprime, è il rancore eterno a chi l’attacca ….". E più avanti afferma: "Chi brama difendere la sua patria né nel sangue né dietro gli ostacoli si nasconde; del tiranno disprezza la superbia; nel suo petto s’infrange la minaccia; e se il cielo basterà al suo desiderio, al medesimo cielo con valore giungerà!".
Già allora il sangue di numerosi creoli patrioti veniva versato da più di un anno nelle campagne di Cuba Libera e l’adolescente José Martí - figlio di spagnoli di Valencia e delle Canarie – finiva in carcere e in esilio, per organizzare tre decenni dopo l’ultima guerra contro la Spagna. Affermano gli studiosi che da illustri creoli come José Agustín Caballero – alla fine del secolo XVIII - partono le radici di un albero con molti rami che crescono, si incrociano o si biforcano nei decenni successivi di fronte all’alternativa tra essere colonia o patria e a quella tra indipendenza o annessione che si presenterà più in là alla fine del secolo XIX. Le correnti politiche del secolo XIX definiscono i creoli come cubani. Vi è la fucina del maestro José de la Luz y Caballero che forgiò uomini progressisti, parte dei quali parteciparono successivamente all’Insurrezione. Bisognerebbe anche raccontare del rifiuto di José Antonio Saco ai progetti annessionisti di persone molto influenti come Gaspar Betancourt Cisneros (El Lugareño), e dell’opera illuminista di Domingo del Monte e, pure, della gestione di promozione economica propugnata dal cosiddetto "statista senza stato" Francisco de Arango y Parreño che, introducendo massicciamente gli schiavi africani, ritardò la decisione indipendentista. Con questi e con molti altri ancora venne modellata una società di uomini bianchi, sempre più diversa da quella spagnola, ostacolata nella possibilità di convertirsi in nazione dal sistema di sfruttamento schiavista delle piantagioni, dove gli schiavi neri – a volte la maggioranza della popolazione - non contavano come esseri umani, e i neri e i mulatti liberi erano discriminati. Dal crogiolo della guerra emerse la nazione e anche se il Patto del Zanjón frustrò l’indipendenza, la Protesta di Baraguá mantenne la speranza. Una conseguenza importante fu l’abolizione della schiavitù, nel 1886, che permetterà la graduale integrazione alla società di quelle masse di emarginati e il loro apporto alla cultura nazionale. La guerra necessaria, proclamata da Martí, fu organizzata su basi democratiche come pure la guida del Partito Rivoluzionario Cubano, con la promessa di una Repubblica, "con tutti e per il bene di tutti". L’ideale patriottico si cimentò nello scontro all’unisono con l’integralismo spagnolo e con l’autonomismo - dei sostenitori delle riforme anche quando era già stato versato tanto sangue – a cui si unirono quelli che avevano sempre appoggiato la Spagna o che cedettero dopo lo Zanjón. La Patria contava adesso sulla proiezione ideologica martiana e sulla guida militare di Máximo Gómez che, come Generale in Capo e insieme al suo Luogotenente Antonio Maceo, rappresentava la maggior parte dei settori popolari dell’Esercito di Liberazione. La morte prematura di Martí e più tardi quella di Maceo e di altri importanti capi furono perdite irreparabili che indebolirono qualsiasi opposizione all’ingerenza degli Stati Uniti. Nonostante il fatto che le forze cubane avevano sconfitto le migliori truppe spagnole e il trionfo era vicino, la vittoria non arrivò. Senza dubbio, Washington non poté portare a termine l’annessione che vecchi e nuovi ammiratori dell’Unione desideravano, poiché a Cuba esisteva un forte sentimento nazionale e trent’anni di lotta da parte della nazione indipendente avrebbero potuto sfociare, passato l’impatto dell’intervento, in un’altra guerra; questa volta, contro il nuovo padrone.
Simboli nazionali di Cuba: la bandiera con la stella solitaria, l’inno di Bayamo e lo scudo con la palma reale
Fin da quando ogni cubano nasce, generazione dopo generazione, apprende quasi dalla culla ad amare e a rispettare la sua bandiera tricolore e la bella musica che gli abitanti di Bayamo intonarono il giorno in cui i mambises liberarono la loro città dalla dominazione spagnola. Per questo, la Costituzione della Repubblica di Cuba stabilisce che i simboli nazionali sono quelli che hanno accompagnato per più di 100 anni le lotte cubane per l’indipendenza: la bandiera con la stella solitaria, l’inno di Bayamo e lo scudo con la palma reale. La bandiera cubana è di forma rettangolare, lunga il doppio della larghezza. Consta di un triangolo equilatero rosso - con una stella bianca al centro – che fa da corona a cinque strisce orizzontali, tre azzurro turchino e due bianche, alternate. Una delle cinque punte della stella indica qual è il bordo superiore della bandiera. Gli insorti di Camagüey nel 1868 e di Las Villas nel 1869 alzarono questa insegna. Fu disegnata dallo scrittore, poeta e disegnatore Miguel Teurbe Tolón e issata per la prima volta nella città di Cárdenas dai partecipanti alla spedizione di Narciso López, il 19 maggio 1850. Nel 1851 fu innalzata anche nella sollevazione di Joaquín de Agüero, di Camagüey. Venne adottata come insegna nazionale l’11 aprile 1869 dall’Assemblea Costituente di Guáimaro, che decise inoltre che quella utilizzata da Carlos Manuel de Céspedes a La Demajagua sia conservata perpetuamente nella sala delle sedute della Camera dei Rappresentanti come parte del tesoro nazionale. La bandiera di Céspedes - e del primo Governo della Repubblica in Armi, a Bayamo - è di forma quasi quadrata, divisa in due strisce orizzontali di uguale larghezza; quella inferiore color azzurro pallido e quella superiore divisa in due settori non uguali: il più piccolo rosso, vicino all’asta, con una stella bianca a cinque punte, e l’altro bianco. Quella della stella solitaria sarà anche la bandiera di José Martí e dei patrioti nel 1895. Anche se con i colori disposti in ordine diverso, la bandiera della stella solitaria ispira il disegno di quella portoricana e quella di Céspedes assomiglia a quella cilena. L’Inno di Bayamo, la cui musica fu composta da Pedro Figueredo (Perucho) il 14 agosto 1867, fu cantato per la prima volta nel 1868, il 20 ottobre - oggi Giorno della Cultura Cubana - nel momento in cui veniva presa la città di Bayamo dalle forze insorte. José Martí pubblicò le parole e la musica il 25 giugno 1892 sul periodico Patria quando stava preparando la nuova contesa indipendentista. "Correte alla battaglia, bayamensi, che la Patria vi guarda orgogliosa! Non temete una morte gloriosa perché morire per la Patria è vivere. Vivere in catene, è vivere in oltraggio e in sommo obbrobrio, della tromba ascoltate il suono: alle armi prodi, correte!". Lo scudo, in origine disegnato da Miguel Teurbe Tolón, nel 1849, mantiene il suo disegno di base anche se ha avuto successive modifiche nelle sue parti. Presenta due archi uguali come una targa ogivale con tre quadranti. Quello superiore, orizzontale, rispecchia l’importanza geografica, un mare con punte terrestri ai due lati e, come chiusura dello stretto, una chiave dallo stelo massiccio rivolta verso sinistra. Nel cielo un disco solare immerso a metà sull’orizzonte diffonde i suoi raggi. Per la sua strategica posizione geografica Cuba è stata denominata la chiave del nuovo mondo. Cinque strisce di eguale misura, inclinate verso l’alto da sinistra verso destra, appaiono nel quadrante verticale inferiore sinistro. I loro colori alternati sono tre azzurro-turchino e due bianchi, identici a quelli della bandiera cubana. L’ultimo quadrante mostra il paesaggio cubano, una vallata con una palma reale e sullo sfondo delle montagne che si stagliano in un cielo con tenui nuvole. Lo scudo è sostenuto verticalmente nella parte posteriore da un fascio di verghe, strette nella parte inferiore da un sottile legaccio rosso incrociato a "x", alla cui sommità vi è un berretto frigio color rosso che porta al centro una stella bianca a cinque punte. E’ adornato lateralmente da due rami, alla sinistra di quercia e alla destra di alloro, che s’incrociano dietro la base del fascio di verghe, e che s’innalzano lateralmente dalla parte inferiore dello scudo.
Correnti politiche del secolo XIX cubano: il riformismo
Alla fine del secolo XVIII si evidenzia un’indiscutibile differenziazione tra gli interessi dei nati a Cuba, in particolare dell’aristocrazia creola, e la Spagna, che è ancora più marcata dagli inizi del secolo XIX. Questi creoli desiderano una miglior condizione economica, politica e spirituale. Tra i bianchi, gli strati sociali erano più marcati. Si stava sviluppando una classe di piccoli agricoltori, che si dedicava principalmente alla coltivazione del tabacco, e un’altra di grandi e ricchi possidenti terrieri; il clero rurale era composto per la maggior parte da nativi nel paese. Alla comunità stabile, alla lingua, al territorio, alla vita economica comuni - necessari per l’integrazione nazionale - comincia ad aggiungersi una formazione culturale di carattere sempre più autoctono o in cerca di esserlo, alla quale partecipano i colonizzatori bianchi, i neri e i mulatti liberi, dato che gli schiavi ne sono esclusi. Questi, arrivati dall’Africa nella prima metà del secolo XVIII e ammucchiati nelle baracche delle fabbriche dello zucchero da canna, avevano poco a che fare con il formarsi della nazionalità cubana. In questo periodo si manifesteranno principalmente tre correnti politico-sociali: il riformismo, l’annessionismo e l’indipendentismo, che si scontreranno tra di loro e avranno come sfondo l’abolizionismo (la lotta tra schiavismo e antischiavismo). I riformisti, in disaccordo con la Spagna, aspiravano a una certa apertura poiché temevano di perdere i propri beni in uno scontro violento. Gli annessionisti propendevano per l’incorporazione agli Stati Uniti, mentre gli indipendentisti erano per il separatismo e la piena sovranità. In ognuna delle correnti vi erano diversi livelli e varianti. Nella Prima Fase Riformista (1790-1820) vi erano tre aspirazioni fondamentali: libertà di commercio con tutti i paesi del Mondo, in particolar modo con gli Stati Uniti (economica), mantenimento della schiavitù e della tratta degli schiavi (sociale) e l’assimilazione o l’autonomia (politica). Grazie all’influenza del leader del gruppo Francisco de Arango y Parreño avevano ottenuto una certa tolleranza da parte dei governatori nel commercio ed anche la possibilità di introdurre schiavi, ma le due concessioni avrebbero potuto essere revocate. L’assimilazione implicava il riconoscimento come provincia spagnola con gli stessi diritti degli spagnoli; e l’autonomia, un governo con la partecipazione di creoli, con la supervisione di un governatore spagnolo. La "sempre fedele Isola di Cuba" ottenne nel 1818 la libertà di commercio e il mantenimento ufficiale della tratta degli schiavi fino al 1820 - e la tolleranza del contrabbando - ma niente assimilazione o autonomia. La Seconda Fase Riformista (1830-1837) chiedeva, in campo economico, la diminuzione dei dazi sulle merci per completare la libertà di commercio già ottenuta; in campo sociale, il mantenimento della schiavitù e l’eliminazione della tratta e della stessa precedente richiesta politica, assimilazione o autonomia. Le principali figure furono José Antonio Saco, José de la Luz y Caballero e Domingo del Monte. Il timore di una sollevazione degli schiavi pesava sulle teste di molti grandi possidenti e dei loro rappresentanti, ma cominciava anche a essere introdotta la macchina a vapore. I tempi erano cambiati - Cuba era governata dal 1825 sotto "facoltà complete" - e il Capitano Generale Miguel Tacón (sconfitto nelle guerre indipendentiste ispano-americane) diresse il paese "come gli pareva". Il suo odio si riversò anche sui riformisti, specialmente su Saco, che fu esiliato prima a Trinidad e poi deportato in Spagna, nel 1834. Nel 1837 il Parlamento spagnolo proibì a Saco, eletto a Santiago de Cuba, e ad altri due rappresentanti di La Habana, di prendere possesso dei loro incarichi. Così fallì questa nuova fase riformista. La Terza Fase Riformista risultò essere il preludio della prima contesa indipendentista cubana (Guerra dei Dieci Anni). Nonostante fossero proibiti i partiti politici, i Capitani Generali Francisco Serrano e Domingo Dulce all’inizio del decennio del 1860 tollerarono le attività di un circolo riformista a La Habana e poi se ne formarono altri nelle principali città cubane. Il Governo spagnolo convocò una Commissione d'Inchiesta per raccogliere pareri riguardo a riforme politiche, sociali ed economiche da introdurre a Cuba. Nelle elezioni del marzo 1866, 14 dei 16 eletti appartenevano al Partito Riformista. Le sedute cominciarono nell’ottobre dello stesso anno e si conclusero nell’aprile 1867, in un totale fallimento. Le domande essenziali furono: assoluta libertà di commercio, abolizione graduale della schiavitù con indennizzi ed un regime di assimilazione e di autonomia. Essi proponevano di cambiare le imposte indirette sulla popolazione, a imposte dirette del 6 % sui capitali investiti. In realtà vennero mantenute le prime e le seconde vennero messe al 10 %. In quanto alle riforme politiche, la separazione del comando civile e militare era ardentemente desiderata dalla popolazione dell’Isola. Il risultato della Commissione d'Inchiesta fu considerato una burla e servì a far decidere le sollevazioni nella parte orientale, che il 10 ottobre 1868 si ribellarono nell’Ingenio La Demajagua. Salvo che nei primi tempi nei quali utilizzò Cuba come trampolino e retroguardia per le sue guerre di riconquista delle nuove repubbliche iberoamericane - come avvenne anche prima nel secolo XVI - la Spagna disconobbe la "fedeltà promessa" dai riformisti e, perfino, li considerò suoi nemici, sottoponendoli alle persecuzioni e all’esilio. Tutte le idee che facevano prosperare la nazionalità cubana, risultavano alla Spagna sospette di slealtà e tendenti al separatismo.
L’annessionismo contro la nazione cubana
L’aspirazione degli Stati Uniti di annettere Cuba ebbe sostenitori in alcuni settori dell’Isola e in persone che desideravano liberarsi dal dominio spagnolo, non avendo fiducia nelle capacità dei cubani di realizzare una vita indipendente. Nei primi decenni del secolo XIX vi furono isolate manifestazioni annessioniste tra i creoli, ma nel periodo tra il 1845 ed il 1855 trovò spazio una forte corrente interna e dall’estero che generò cospirazioni contro il dominio spagnolo. Il commercio annuo con gli Stati Uniti era di circa sette milioni e mezzo di pesos, il doppio che con la Spagna. La possibilità di incrementare tali relazioni e l’illusione di poter avere accesso allo sviluppo di un paese che ampliava le sue frontiere a scapito dei vicini, motivava alcuni personaggi annessionisti. Tuttavia, i vincoli con il sud schiavista e il timore che Madrid si sarebbe piegata alle richieste dell’Inghilterra di abolire la schiavitù a Cuba, portarono consensi all’idea d’incorporazione all’Unione sia tra i grandi possidenti terrieri cubani sia tra gli spagnoli che dipendevano dallo sfruttamento negriero. A New York fu istituita una Giunta Cubana Annessionista, patrocinata da Gaspar Betancourt Cisneros (El Lugareño), Miguel Teurbe Tolón e da altri. Esistevano circoli a Santiago de Cuba, Puerto Príncipe, Trinidad e La Habana. L’opuscolo "Idea sull’incorporazione di Cuba agli Stati Uniti", pubblicato nel 1848 da Cisneros Betancourt, costituisce la principale esposizione teorica di questa tendenza. Il periodico "La Verità", edito anch’esso sotto l’orientamento del Lugareño, era introdotto e distribuito nel paese. Il principale contestatore di questa corrente fu il riformista José Antonio Saco, che vide il pericolo della perdita della nazionalità cubana ed ebbe forti polemiche al riguardo. "…i nordamericani entro poco tempo – segnalò - ci supereranno di numero e l’annessione, in ultimo, non sarebbe un’annessione, ma l’assorbimento di Cuba da parte degli Stati Uniti. La verità è, che l’Isola, geograficamente considerata, non sparirebbe dal gruppo delle Antille; ma io vorrei, qualora Cuba si separasse, per qualsiasi evento, dal tronco a cui appartiene, che resti sempre ai cubani e non a una razza straniera". La cospirazione di Manicaragua o della Mina de la Rosa Cubana, scoperta nel 1848 a Las Villas, aveva contatti con il Club di La Habana e a capo vi era il venezuelano di nascita Narciso López, che scappò negli Stati Uniti. A New Orleans organizzò una spedizione di nordamericani che sbarcò nella baia di Cárdenas - vicino a quella che adesso è la famosa spiaggia di Varadero - il 19 maggio 1850. Lì sventolò la bandiera cubana disegnata da Teurbe Tolón – l’attuale vessillo cubano - e dopo alcune ore reimbarcò il suo equipaggio e rientrò negli Stati Uniti poiché non trovò appoggio nella popolazione. L’anno successivo organizzò un’altra spedizione - integrata anche da mercenari nordamericani - questa volta sbarcò nella parte occidentale a Pinar del Río. Inseguiti dalle forze spagnole e catturati, cinquanta partecipanti alla spedizione furono fucilati. Narciso López morì garrotato a La Habana, il 1° settembre 1851. Quello stesso anno si ebbero due insurrezioni armate, quasi simultanee: una vicino a Puerto Príncipe (oggi Camagüey), capeggiata da Joaquín de Agüero y Agüero (4 luglio) e l’altra vicino alla città di Trinidad, nella provincia di Las Villas, diretta da Isidoro Armenteros (24 luglio). Combattute da truppe spagnole i due gruppi furono sconfitti e furono giustiziati i due capi e cinque dei loro collaboratori. L’azione di Agüero, che già nel 1843 liberò otto schiavi per questione di coscienza e per dare l’esempio, fu considerata un atto patriottico dalle future generazioni di rivoluzionari di Camagüey, il che spiega perché nell’Assemblea di Guáimaro venne proposta l’adozione della "bandiera della stella solitaria", che egli aveva inalberato. Il giovane tipografo Eduardo Facciolo fu giustiziato nel 1852 per aver stampato a La Habana il giornale clandestino "La Voce del Popolo Cubano", della cosiddetta Cospirazione di Vuelta Abajo, che si proponeva un’insurrezione nella zona di Candelaria, nella zona di Pinar del Río. Al nuovo tentativo parteciparono Francisco de Frías (Conde de Pozos Dulces) - anni dopo direttore del periodico riformista Il Secolo - e l’avvocato Anacleto Bermúdez. Quest’ultimo morì durante il processo e altri degli implicati furono condannati alla prigione o esiliati. Il periodo si chiuse nel 1855 con altre due pene di morte: quella dello spagnolo Ramón Pintó quando venne scoperta la sua cospirazione - che contava sull’appoggio di una spedizione organizzata da un generale nordamericano che non arrivò mai - e quella di Francisco Estrampes, di Matanzas, che cercava di introdurre armi di contrabbando nella città orientale di Baracoa. Questi germogli ebbero carattere isolato e insufficienti ramificazioni anche negli strati alti dei creoli. Patirono, inoltre, delle contraddizioni tra i gruppi di potere del Nord e del Sud degli Stati Uniti perché la schiavista Cuba avrebbe potuto cambiare il rapporto di forze in questo paese. D’altro canto, i Presidenti nordamericani giocavano, alcune volte, la carta dell’annessione e altre quella di comprare l’Isola, aspettando il momento che "il frutto fosse maturo". L’annessionismo entusiasmò anche alcuni patrioti all’inizio della Guerra dei Dieci Anni benché compresero ben presto che gli Stati Uniti non avrebbero fatto nulla per liberare Cuba dalla Spagna, poiché in quel periodo non conveniva ai loro interessi. Nel momento dell’intervento militare statunitense nel 1898 che instaurò di seguito un Governo di occupazione, la tendenza all’annessione conto nuovamente su nuovi proseliti, principalmente tra i gruppi oligarchici. Cuba come nazione ha dovuto difendersi per tutto il secolo XX dal neoannessionismo, che acquisì maggior forza dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana del 1959, ispirato sia dalle alte sfere di Washington sia da gruppi di destra di origine cubana che si sono stabiliti negli Stati Uniti.
L’indipendentismo salva la nazione
La nascita della Repubblica all’ombra della bandiera con le strisce e con numerose stelle, truffò la nazione indipendente e come voci isolate rimasero alcuni simboli della nazionalità che rifiutarono l’umiliazione dell’Emendamento Platt. Dal suo arrivo nel 1898, con squadre navali e migliaia di soldati, i nordamericani fecero tutto il possibile per sminuire l’autostima del cubano; inoltre nel costituire le nuove autorità si avvalsero della burocrazia spagnola e degli autonomisti creoli. Se qualcosa di grave o di lieve accadeva nel paese, lì c’erano le cannoniere per richiamare all’ordine, con la loro presenza. La costruzione di una carbonaia o base navale nella baia di Guantánamo e gli orientamenti dell’ambasciatore di Washington a La Habana, completavano il quadro antinazionale. La ricerca delle radici patriottiche e l’etica martiana trasformarono il panorama a partire degli anni ‘20 quando arrivarono alla maggior età le generazioni senza compromessi o traumi derivati dalla frustrazione dell’indipendenza assoluta. Lo sviluppo del movimento operaio e di altri settori popolari diedero nuove componenti alla nazione cubana e i suoi leader furono, oltre che patrioti, martiani, marxisti e antimperialisti. Félix Varela e José Martí costituiscono le figure di punta dell’ideologia cubana nel secolo XIX e decisivi sostegni della nazione, che costruì la sua solida struttura nelle ultimi tre decenni di questo secolo. Il pensiero di uomini come Carlos Manuel de Céspedes e Ignacio Agramonte - dimenticati nella notte medievale del plattismo -, fu di stimolo alle generazioni degli anni ‘40 e ‘50 che presero anche esempio dai leader precedenti: Julio Antonio Mella, Rubén Martínez Villena e Antonio Guiteras, tra gli altri. Così pure, l’etica martiana venne tracciata come base della continuità e dell’unità della lotta rivoluzionaria, dell’antirazzismo, dello schieramento dalla parte dei poveri della terra e dell’antimperialismo. La sua pietra angolare è anche il concetto della dignità: "Nel mondo ci deve essere una certa quantità di dignità, come ci deve essere una certa quantità di luce. Quando ci sono molti uomini senza dignità, vi sono sempre altri che tengono in sé la dignità di molti uomini". Con questi principi si sostiene la lotta contro la corruzione intrapresa fin dalla Protesta dei Tredici, nel 1923, la "dignità contro denaro" di Eduardo Chibás, fino alla confisca di beni mal guadagnati applicata dalla trionfante Rivoluzione Cubana, nel 1959. I fondamenti di umanesimo, di patriottismo e di solidarietà prendono vita dal pensiero vareliano, crescono nella Boscaglia dove si nutrono dei concetti più progressisti dell’epoca, si fondono nella proiezione di Martí su "Nuestra America" e sono assimilati come propri dalla Nazione Cubana già adulta, nella seconda metà del secolo XX. Solo una forte motivazione morale ha potuto mantenere una lotta mortale tra un paese povero e uno dei più forti stati europei; la speranza venne messa da parte ma non morì mai durante la repubblica neocoloniale, il blocco economico, e tutti i tipi d’aggressione statunitense hanno spronato ogni volta di più il Verde Caimano dei Caraibi. La nostalgia per la "Repubblica come la sognò Martí", smise di essere un lamento per esprimersi con la voce del poeta Nicolás Guillén: "Ah, che bella la mia bandiera, la mia bandiera cubana, senza che la mandino via, né che venga un ruffiano qualsiasi a calpestarla a La Habana! E’ finita questa storia. Io l’ho visto. Te lo ha promesso Martí e Fidel lo ha fatto. E’ finita questa storia". Appena la direzione della lotta indipendentista passò dalle mani dei possidenti progressisti (1868) agli strati popolari (1895), il riconoscimento di capi come il mulatto Antonio Maceo, si dovette ai suoi meriti personali poiché era già Generale Maggiore della Guerra Grande e leader della Protesta di Baraguá. A quel tempo nella repubblica neocoloniale persisteva la discriminazione razziale e sociale; la vera integrazione multirazziale e il riscatto dei "poveri della terra" ("con i poveri della terra voglio condividere la mia sorte", disse Martí), avvenne dopo il trionfo della Rivoluzione cubana. La cultura dei neri aveva cominciato a uscire dalle baracche negli ultimi decenni del secolo XIX e nel corso del secolo XX ha avuto luogo un progressivo processo di transculturazione - accelerato negli ultimi decenni - nel quale le radici spagnole - e di altre nazioni europee – si sono mischiate con quelle africane (anche asiatiche e mediorientali) per completare quello che è oggi la Nazione Cubana, differente da qualsiasi altra.
L'appetitosa mela cubana
L'avidità e l'appostamento statunitense sulla maggiore delle Antille iniziò molto prima che gli Stati Uniti avessero potere sufficiente per sostenere le proprie ambizioni, e che la nazione cubana venisse realizzata. Nel novembre 1805, il Presidente Thomas Jefferson dichiarò al Ministro inglese a Washington che, in caso di una guerra con la Spagna, il suo paese si sarebbe impossessato di Cuba poiché era strategicamente necessaria per la difesa della Louisiana e della Florida. Il conflitto bellico non avvenne con la Spagna (bensì con la Gran Bretagna, dal 1812 al 1814 per il territorio canadese), ma nonostante ciò presero alla Spagna con la forza, nel 1810 e nel 1813, la parte occidentale della Florida, e nel 1819 comprarono la Florida orientale dalla corona spagnola – il loro obiettivo immediato - come avevano fatto con la Francia, nel 1803, acquistando la Louisiana. Da questo periodo, agenti nordamericani furono istruiti affinché vigilassero sugli avvenimenti di Cuba e, in particolare, su qualunque espressione di volontà di annessione dei cubani. In occasione dell'invasione napoleonica in Spagna, nel 1808, Jefferson inviò - senza esito – a La Habana il generale James Wilkinson per sondare, con il Capitano Generale dell'Isola, Marqués de Someruelos, la convenienza di un passaggio di Cuba agli Stati Uniti. Al termine della sua presidenza, l'anno successivo, Jefferson consigliò al suo successore James Madison di stabilire un patto con Napoleone sui possedimenti spagnoli in America, mediante la firma di un Trattato. Agli Stati Uniti sarebbe rimasta Cuba, lasciando mano libera alla Francia per i suoi piani imperialistici nell'America Ispanica. Benché Madison non avesse fiducia in Napoleone e avesse riconosciuto che le forze navali statunitensi fossero ancora deboli, il suo nuovo console a La Habana, William Shaler, comunicò alle autorità che il Governo nordamericano non avrebbe permesso il fatto che qualsiasi territorio spagnolo passasse sotto un’altra potenza. Shaler, contemporaneamente, prese contatto con elementi creoli per organizzare una cospirazione annessionista, tanto che fu arrestato nel novembre 1811 ed espulso da Someruelos. Al suo fallimento contribuirono vari aspetti: i grandi possidenti temevano l'intervento inglese in caso di rivolta nell'isola, e preferivano un clima tranquillo e favorevole all'espansione della coltivazione e del commercio dello zucchero e, soprattutto, gli Stati Uniti erano carenti di forze militari per un intervento. L'eventualità dell'annessione di Cuba era presente nei dibattiti del Governo del 1822 e 1823, secondo quanto annotato nel suo diario da John Quincy Adams, a quell'epoca Segretario di Stato del Presidente James Monroe e, poco più tardi, Presidente degli Stati Uniti. In un’occasione il Gabinetto discusse la proposta d’annessione presentata a nome di grandi possidenti terrieri dell’Isola da Mister Sánchez, probabilmente un cubano sul quale non sono mai stati forniti dettagli. Incorporare Cuba avrebbe potuto evitare la sua occupazione da parte dell'Inghilterra o di una rivoluzione dei neri, avevano concordato i presenti, ma ci furono discrepanze su come fare, dato che questa azione avrebbe potuto condurre a una guerra con gli Inglesi. Ufficialmente fu detto che l'amicizia con la Spagna avrebbe impedito di sostenere la proposta, in privato chiesero al portatore della proposta di fornire maggiori dettagli sulla forza del movimento annessionista. Adams rivela, comunque, il gran peso avuto dalla questione cubana in quella che è stata chiamata la Dottrina Monroe Nelle sue direttive a Hugh Nelson (nuovo Ministro statunitense in Spagna, nel 1823), Adams espose quella che venne chiamata "la teoria della frutta matura", sostenuta da un fatalismo geografico che avrebbe obbligato, prima o poi, l'Arcipelago cubano a unirsi agli Stati Uniti. Ciò nonostante, Nelson dovette manifestare a Fernando VII il desiderio del suo Governo che Cuba e Puerto Rico continuassero a essere dipendenze della Spagna. Nel futuro, Washington si sarebbe pronunciata per una Cuba spagnola fino a che fosse giunto il suo momento, cosa che aveva fatto sapere a Messico, Colombia e Perù tempo prima e che comunicò pubblicamente il 15 marzo 1826 il già Presidente Adams. Più di una volta gli Stati Uniti hanno tentato di comprare Cuba, senza ottenere nulla. Hanno fatto pressioni sulla Spagna in diverse occasioni e quando i cubani hanno fatto le loro tre guerre per l'indipendenza non vennero mai ufficialmente appoggiati, dato che consideravano inopportuno riconoscere la belligeranza della Repubblica in Armi. Mai fu abbandonata la politica d’annessione, ma gli Stati Uniti l’avrebbero sempre applicata in funzione dei propri interessi interni. Nella prima metà del secolo XIX, i sudisti incoraggiavano l'annessione dell'isola schiavista ma per gli antischiavisti del nord era un grande inconveniente. Altri fattori, otre a quelli strategici e commerciali, branditi sino allora, si sarebbero fatti valere a partire dagli anni ‘80: l'investimento di capitali nordamericani a Cuba, nell'industria dello zucchero e nello sfruttamento minerario. La rivalità tra inglesi e americani permise alla Spagna di conservare il suo dominio fino al termine del secolo, quando l'Inghilterra cambiò la sua linea politica assicurando gli Stati Uniti che non si sarebbe opposta. Nel 1898, il Governo di Washington reputò giunto il momento della "frutta matura" e intervenne a Cuba, ma, oltre 100 anni più tardi, la storia non gli ha dato ragione. La lunga disputa tra cubani e statunitensi, dall'inizio del secolo XIX alla fine del secolo XX, potrebbe essere simboleggiata da una frase dell'ultima generazione dei rivoluzionari capeggiata da Fidel Castro: "Cuba non si arrende, né si vende".
L’intervento degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti intervengono Lo scatenarsi della guerra cubano-spagnola era solo questione di tempo nel 1898, secondo gli esperti militari, quando gli Stati Uniti presero la decisione di intervenire nel conflitto e ottenere con una guerra lampo la conquista di Cuba, di Puerto Rico, delle Filippine e di altri possedimenti spagnoli. "…propendo a pensare che la maggior parte degli spagnoli desideri la pace prima di tutto ...", affermò l’Ammiraglio Pascual Cervera, capo supremo della flotta spagnola, in una lettera al capitano Victor M. Concas, capo del suo Stato Maggiore e comandante della corazzata Infanta María Teresa, il 26 febbraio 1898. "… mi chiedo - diceva nella stessa missiva - se mi è lecito tacere ed essere solidale di avventure che causeranno, se succedono, la totale caduta della Spagna; e tutto per difendere un’Isola che è stata nostra. Perché quand’anche non la perdessimo di diritto con la guerra, la perderemmo di fatto, e con essa tutta la nostra ricchezza e un’enorme numero di giovani uomini, vittime del clima e delle pallottole, difendendo un ideale che ormai è solo romantico ...". L’ostinazione spagnola alla "sempre fedele isola di Cuba" contribuì a propiziare il pretesto che gli Stati Uniti aspettavano da molto tempo. Il 12 gennaio 1898 accaddero dei disordini a La Habana, provocati da elementi tradizionalisti spagnoli che attaccarono un giornale, ne minacciarono altri due, manifestarono contro il governo autonomo insediato all’inizio dell’anno e inneggiarono a Weyler. Da questo fatto, gli Stati Uniti dedussero che la prova di autonomia fosse fallita. Quasi simultaneamente, il Presidente McKinley cominciò a negoziare con la Spagna la quinta offerta nordamericana per comprare Cuba, mentre aumentavano le pressioni diplomatiche, quando inviò nelle acque di La Habana la corazzata Maine, che dopo tre settimane esplose misteriosamente il 15 febbraio, con 266 marinai a bordo. Una frenesia di guerra scosse gli Stati Uniti, incoraggiata dalla stampa e alimentata in seno al Governo e al Congresso da sostenitori dell’azione immediata, corrente che era capeggiata dal Sottosegretario della Marina Theodore Roosvelt. Il 25 marzo, McKinley ordinò al suo Ministro a Madrid, il Generale Steward L. Woodford, di presentare il giorno 29 marzo un ultimatum di 48 ore alla Spagna, periodo di tempo in cui questa avrebbe dovuto dichiarare un armistizio fino 1° ottobre per negoziati di pace, come pure di manifestare la sua volontà per un’immediata sospensione del concentramento dei contadini. Dalla fine del 1897 una parte dei contadini era stata autorizzata a tornare al suo luogo d’origine. Il generale capitano Ramón Blanco dispose di porre fine a quest’ultimo provvedimento il 30 marzo, ma la Spagna non accettò l’armistizio, come giorni prima aveva rifiutato l’offerta di comprare Cuba fatta dagli Stati Uniti. Solo sospese le ostilità in risposta a una petizione collettiva del Papa e delle grandi potenze, formulata il giorno 9 aprile. Woodford inviò, il 10 aprile, un telegramma al Presidente nordamericano, in attesa di sapere se vi fossero ancora argomenti per la dichiarazione di guerra. A suo giudizio la situazione sarebbe stata sistemata pacificamente prima del 1° agosto, mediante una di queste vie: "O l’autonomia agli insorti, che sarebbe stato loro conveniente accettare, o il riconoscimento della Spagna dell’indipendenza dell’Isola, o la cessione dell’Isola agli Stati Uniti". L’11 aprile il Presidente William McKinley chiese l’autorizzazione al Congresso per prendere provvedimenti che ponessero fine alle ostilità cubano-spagnole e per usare le forze militari e navali quando si fosse reso necessario. Il 18 aprile le due camere del Congresso approvarono la cosiddetta Risoluzione Congiunta, ratificata il 20 aprile dal Presidente. La guerra si sarebbe sviluppata in due scenari lontani tra di loro: il 1° maggio, la squadra navale del commodoro Dewey distrusse nella baia di Manila le forze navali del contrammiraglio Montojo e il 1° luglio uguale sorte subì la squadra navale dell’Ammiraglio Cervera di fronte alla baia di Santiago de Cuba. Il 16 luglio le truppe spagnole si arresero a Santiago de Cuba. Washington non aveva riconosciuto la Repubblica di Cuba in Armi, anche se contò sull’appoggio decisivo delle forze dei mambises nella presa di Santiago de Cuba, alle quali impedì di entrare nella città dopo il trionfo. I cubani neppure parteciparono ai negoziati di Parigi. Le ostilità furono ufficialmente sospese quando fu reso pubblico il protocollo preliminare di pace, il 12 agosto. Il Trattato di Parigi venne sottoscritto il 10 dicembre, e il trapasso del governo dell’Isola agli Stati Uniti ebbe luogo il 1° gennaio 1899. Per coincidenza storica, a sessant’anni da questo avvenimento, un 1° gennaio trionfò anche la Rivoluzione Cubana che pose fine definitivamente all’ingerenza di Washington nell’indipendenza e nella sovranità di Cuba.
La Guerra Ispano-Cubano-Americana
Dopo la conclusione della contesa nell’agosto 1898, la stampa nordamericana cominciò una campagna di discredito contro l’Esercito di Liberazione Cubano e di negazione del suo valore, della sua etica e del suo contributo decisivo nella sconfitta della Spagna. Però da allora, a poco a poco, vennero alla luce – con prove documentate – i particolari delle azioni condotte dai mambises e del loro ruolo decisivo per lo sbarco dei nordamericani e nella presa della città di Santiago de Cuba. La storiografia cubana da molti anni ha chiamato questa parte finale della lotta la ‘Guerra Ispano-Cubano-Americana, al contrario di quelli che volevano chiamarla semplicemente Ispano-Americana, in certi casi per omissione e in altri come se i mambises fossero stati cancellati dalla carta geografica di Cuba. Quando il 22 aprile 1898, alle 5 del mattino partì da Cayo Hueso per Cuba la flotta nordamericana al comando del vice-ammiraglio Sampson, il Generale Maggiore Máximo Gómez aveva già respinto un’alleanza proposta dagli spagnoli e avrebbe proseguito la lotta per l’indipendenza di Cuba. Gómez aveva ricevuto una lettera del Capitano Generale spagnolo in cui veniva proposto di respingere insieme l’invasore nordamericano. "Per il momento ho solo da ripeterle che è troppo tardi per trattative tra il suo esercito e il mio", gli rispose. In aprile, annota nel suo Diario della Campagna che venne fucilato lo spagnolo Narciso Menéndez in quanto portava lettere per lui dei generali Blanco e Luis M. de Pando (capo di Stato Maggiore), con proposte di accordi sulla base dell’Autonomia. Sulla sospensione delle ostilità, dice di avere dato un ordine generale disprezzando questo insidioso armistizio e ordinando che ora più che mai la guerra avrebbe dovuto essere continuata con coraggio. Il giorno 13 aprile il generale maggiore Calixto García aveva appreso della sospensione delle ostilità decretata due giorni prima dal generale Ramón Blanco, che interpretò come un inganno, e senza avere avuto istruzioni dal Governo della Repubblica di Cuba in Armi, ordinò a tutti i capi di corpo di avvicinare le loro forze ai luoghi occupati dagli spagnoli e di catturare qualsiasi emissario del Partito Autonomista che si fosse presentato per iniziare trattative con la Spagna. Da parte sua, il Consiglio di Governo presieduto da Bartolomé Masó dichiarò – il 24 aprile – che la sospensione delle ostilità da parte degli spagnoli "non cambia per niente la situazione delle forze cubane… né modifica minimamente i nostri sistemi e la prosecuzione della guerra". Una volta appreso che gli Stati Uniti erano entrati in guerra, i mambises non erano disposti ad abbandonare i campi di battaglia. I nordamericani compresero che l’Esercito di Liberazione era padrone in larga misura del territorio orientale e per lanciare da lì il colpo decisivo avrebbero dovuto appoggiarsi alle forze del generale maggiore Calixto García, come confermò il Generale in Capo Nelson A. Miles alla Segreteria di Guerra degli Stati Uniti. "C’è da osservare – segnalò – che il generale García prese come ordini le mie istruzioni e che immediatamente fece i passi necessari per eseguire il piano delle operazioni". Il capo mambí inviò 3.000 uomini a fronteggiare qualsiasi movimento dei 12.000 spagnoli concentrati a Holguín. Una parte di queste forze spagnole iniziò una marcia per andare in aiuto alla guarnigione di Santiago de Cuba, ma fu contenuta con successo e obbligata a retrocedere dalle forze cubane agli ordini del generale Feria. Anche il generale García inviò 2.000 uomini al comando del generale Pedro Pérez (Periquito) a contrastare i 6.000 spagnoli che erano a Guantánamo, ed ebbero successo nella loro impresa. Inviò anche 1.000 uomini comandati da Río, contro i 6.000 che vi erano a Manzanillo. Da questa guarnigione ne partirono 3.500 per rinforzare quella di Santiago e dovettero sostenere non meno di trenta combattimenti con i cubani durante la loro marcia prima di arrivare a questa città, e sarebbero stati fermati se fosse stato concesso quanto chiese dal generale Garcia il 27 giugno. Con una forza addizionale di 5.000 uomini lo stesso generale García accerchiò la guarnigione di Santiago de Cuba, prese un’ottima posizione sul lato ovest e molto vicina al forte, e poi ricevette il generale William R. Shafter e il vice-ammiraglio Sampson nel suo accampamento vicino a quel luogo. Aveva posizionato le sue truppe alla retroguardia, la stessa cosa sui due lati della guarnigione di Santiago de Cuba prima dell’arrivo delle nostre truppe, ammise pubblicamente il capo militare statunitense riferendosi alle forze mambises del generale García. Nelle informazioni che inviò a Washington quando gli venne chiesta la collaborazione per l’attacco nordamericano, García informò che l’esercito cubano attivo era di 25.000 uomini, cifra che avrebbe potuto raddoppiare in poco tempo se fossero stati inviate altre armi. Nel territorio liberato di Cuba risiedevano allora oltre 150.000 persone. La città di Bayamo era nelle mani dei cubani dal 28 aprile, allo stesso modo di diversi paesi abbandonati dagli spagnoli, che erano stati duramente strapazzati dai mambises durante la loro ritirata al fine di concentrarsi in poche città. In aprile, il tenente dell’esercito nordamericano Andrew S. Rowan si era incontrato con Calixto García nel suo accampamento e questi inviò negli Stati Uniti un’importante missione composta dal generale Enrique Collazo e dal suo capo si Stato Maggiore tenente colonnello Charles Hernández. Sei giorni dopo la partenza di questi da Tampa, il generale Miles aveva già la risposta del capo mambí sul coordinamento per lo sbarco. Hernández, poche ore dopo essere arrivato a Cuba, ripartì subito per la Giamaica per trasmettere un cablogramma a Miles, che espresse la sua sorpresa all’incaricato cubano. Nel suo libro ‘La Guerra Ispano-Americana’, il Generale in Capo statunitense Miles ricorda che arrivando di fronte alla Baia di Santiago de Cuba, il generale Shafter con la sua delegazione si unì a quella dell’ammiraglio Sampson per incontrarsi con il Generale Maggiore Calixto García nel suo accampamento di Aserradero e prendere accordi con lui per l’attacco via terra. Seguendo il suo consiglio, lo sbarco avvenne a est, anziché a ovest di Santiago, come gli statunitensi si erano proposti. I cubani garantirono una testa di ponte a Daiquirí, ma Shafter prima di sbarcare bombardò le colline circostanti provocando perdite tra i mambises. "Da quel momento – aggiunge Miles – fino alla fine della campagna, i cubani stettero sempre all’avanguardia, come a Firmeza, a Siboney, a Las Guásimas e a El Caney".
L’Emendamento Platt
Nel 1901, al momento della conclusione della legislatura del Congresso degli Stati Uniti, il Senato (43 a 20) e la Camera dei Rappresentanti (159 a 134) approvarono e il Presidente ratificò – come se fosse un qualsiasi affare interno e in solo quattro giorni – otto clausole obbligatorie che i cubani avrebbero dovuto aggiungere come appendice alla loro Costituzione, per avere una loro Repubblica, quantunque con sovranità limitata dal diritto nordamericano all’ingerenza nei loro affari interni. Il testo venne introdotto il 26 febbraio dal senatore Orville H. Platt come emendamento al progetto di crediti per l’esercito per l’anno fiscale successivo. Nonostante l’opposizione di un numero importante di congressisti, alla fine la proposta passò dato che al contrario i militari sarebbero rimasti senza finanziamento. Il Governatore Militare di Cuba, Generale Leonardo Wood, fece conoscere al Presidente della Convenzione Costituente Cubana, Domingo Méndez Capote, l’approvazione dell’Emendamento Platt, che i costituenti avrebbero dovuto accettare e inserire come appendice alla Costituzione il 12 giugno 1901. Certamente era una situazione molto scomoda. Il 14 febbraio l’Assemblea Costituente di Cuba del 1901 terminò la discussione e la votazione del testo costituzionale che alla fine venne firmato il giorno 21. Ma nel periodo tra una e l’altra cerimonia il Governatore Wood convocò vari delegati per indagare sui lavori costituzionali e su cosa ne pensassero di quanto riguardava le relazioni con gli Stati Uniti. Venne informato che già si stava lavorando su questo argomento e Wood li invitò a concludere nel più breve tempo possibile dato che aveva bisogno di inviare la Costituzione di Cuba a Washington al fine di esaminarla. Seguendo le istruzioni di Wood, i costituenti il 12 febbraio avevano designato una commissione incaricata di elaborare le basi delle relazioni cubano-nordamericane, che a loro criterio avrebbero dovuto fondarsi sulla reciprocità, ma gli Stati Uniti non attesero la loro opinione e unilateralmente decisero come avrebbero dovuto essere. In più tali rapporti avrebbero dovuto essere riuniti in un Trattato Permanente tra i due paesi. L’Emendamento Platt stabilisce: "Che a compimento della dichiarazione contenuta nella Risoluzione Congiunta approvata il 20 aprile 1898, intitolata "Per il riconoscimento dell’indipendenza del popolo cubano", in cui si esige che il Governo della Spagna rinunci alla sua autorità e al governo sull’isola di Cuba, che ritiri le sue forze terrestri e marittime da Cuba e dalle acque di Cuba, ordinando al Presidente degli Stati Uniti di fare uso delle forze di terra e di mare degli Stati Uniti per rendere effettive queste risoluzioni, il Presidente è autorizzato a lasciare il Governo e il controllo di detta isola al suo popolo, appena si sarà insediato in quest’isola un Governo sotto una Costituzione in cui, come parte della stessa, o in un’ordinanza aggiunta a essa, vengano definite le future relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti sostanzialmente come segue: Che il Governo di Cuba non potrà stabilire con qualsiasi Potere o Poteri stranieri alcun Trattato o altro accordo che riduca o tenti di ridurre l’indipendenza di Cuba, né autorizzi in qualsiasi modo o permetta a qualsiasi Potere o Poteri stranieri, di ottenere attraverso la colonizzazione o per propositi militari o navali, o in altro modo, insediamento o controllo su qualsiasi parte di detta isola. Che detto Governo non assumerà o contrarrà qualsiasi debito pubblico per il pagamento dei cui interessi e dell’ammortamento definitivo, dopo la copertura delle spese correnti del Governo, risultino inadeguate le entrate correnti. Che il Governo di Cuba acconsenta che gli Stati Uniti possano esercitare il diritto di intervenire per la salvaguardia dell’indipendenza cubana, per il mantenimento di un Governo adeguato alla protezione delle vite, delle proprietà e delle libertà individuali e per il compimento degli obblighi che, riguardo a Cuba, sono stati imposti agli Stati Uniti dal Trattato di Parigi e che adesso devono essere assunti ed espletati dal Governo di Cuba. Che tutte gli atti realizzati dagli Stati Uniti a Cuba durante la loro occupazione militare, siano ritenuti validi, ratificati e che tutti i diritti legalmente acquisiti in virtù degli stessi siano mantenuti e protetti. Che il Governo di Cuba eseguirà e, se fosse necessario, completerà i piani già fatti e altri sui quali reciprocamente ci si accorderà per il risanamento della popolazione dell’Isola, al fine di evitare lo sviluppo di malattie epidemiche e infettive, proteggendo così il popolo e il commercio di Cuba, e allo stesso modo il commercio e il popolo dei porti del sud degli Stati Uniti. Che l’Isola dei Pini resterà fuori dai confini di Cuba proposti dalla Costituzione, lasciando al futuro Trattato la regolamentazione della proprietà della stessa. Che per mettere in condizione gli Stati Uniti di mantenere l’indipendenza di Cuba e di proteggere il suo popolo, così come per la propria difesa, il Governo di Cuba venderà o affitterà agli Stati Uniti le terre necessarie per depositi di carbone o per stazioni navali in determinati punti che verranno concordati con il Presidente degli Stati Uniti. Che per maggior sicurezza nel futuro, il Governo di Cuba inserirà le precedenti disposizioni in un Trattato permanente con gli Stati Uniti
Periodo repubblicano dal 1902 al 1952 La Repubblica Plattista
Intense furono le emozioni, le lacrime e lo sconforto quando il 20 maggio 1902, alle ore 12, terminò il Governo dell'occupazione militare nordamericana e la bandiera a stelle e strisce venne ammainata e issata quella cubana, nel punto più alto dell'antico Palazzo dei Capitani Generali. Accadde altrettanto, quello stesso giorno, nel Castello del Morro e negli altri palazzi governativi. Nel Salone Rosso del Palazzo, il governatore Leonardo Wood lesse una breve lettera del Presidente Teodoro Roosevelt sul passaggio del comando e, lentamente, un lungo documento contenente le raccomandazioni e le norme, nello spirito dell'Emendamento Platt, per la formazione di una nuova repubblica, la cui presidenza sarebbe stata assunta da Tomás Estrada Palma. Nasceva la Repubblica Plattista, in nulla simile a quella sognata da José Martí e plasmata da migliaia di suoi compatrioti in trent'anni di lotte indipendentiste. Non esisteva più il Partito Rivoluzionario Cubano né l'Esercito di Liberazione e i suoi appartenenti passarono alla categoria di "veterani". Al suo posto venne organizzato un esercito di professionisti. Molto presto, nel 1906, il Secondo intervento nordamericano avrebbe mostrato che il paese veniva considerato ancora giovane e che rappresentava un pericolo per la nazione in quanto tale, oltre al fatto di essere limitato nella sua stessa sovranità dall'Emendamento Platt, che legittimava lo sbarco dei marines e l'ingerenza nei suoi affari interni. Il Trattato di Reciprocità commerciale, del 1903, e quello Permanente tra Cuba e Stati Uniti, del 1904, vennero a rappresentare, oltre all'istituzione di una , il sostegno a una sistematica penetrazione degli investimenti nordamericani nell'economia e nei restanti settori della società cubana, sancendo di fatto la dipendenza neocoloniale nella vita politica della giovane nazione. Persino quando il paese era governato dai cubani, esisteva sempre un "potere dietro il potere", fosse questo gestito da ambasciatori, consulenti, supervisori, imprenditori o dalla stessa missione militare nordamericana. Nei primi tre decenni le aziende nordamericane, con meno della metà degli zuccherifici – grazie al loro maggior sviluppo tecnologico - riuscivano a produrre il 70.75 % dello zucchero cubano.. Si andava già profilando il carattere monoproduttivo del paese, che inibiva qualsiasi possibilità di sviluppo industriale diversificato, colmando il mercato interno di manufatti nordamericani importati grazie alle facilitazioni doganali concesse dal Trattato di Reciprocità. Il latifondo straniero rendeva debole e in pratica liquidava la classe media rurale cubana e la stessa sorte toccava alla borghesia - rovinata dalle guerre e dalle crisi bancarie degli anni '20 - incapace di costituirsi come classe industriale indipendente. Le profonde ripercussioni a livello nazionale determinatesi in seguito alle due crisi economiche (1920-21 e 1929-33), unite all'intenzionale immigrazione di migliaia di spagnoli e di braccianti provenienti dalle Antille, aspetto che favoriva una riserva di manodopera, hanno fatto sì che la disoccupazione e la miseria fossero qualcosa di assolutamente normale nella quotidianità delle diverse classi popolari. La politica era stata la principale fonte di arricchimento per quei gruppi che erano arrivati al potere. Il Governo interventista di Charles A. Magoon (1906-1909) inaugurò un periodo di estrema corruzione amministrativa, arrivando persino alla creazione di impieghi fantasma, le cosiddette "botellas" (bottiglie) - si pagavano stipendi senza lavorare - una piaga estirpata soltanto dopo il 1959. Dopo le nuove elezioni presidenziali, svoltesi nel 1908, il generale José Miguel Gómez, del Partito Liberale, il 28 gennaio 1909 sale alla presidenza, rinnegando di fatto quanto previsto dalla sua piattaforma nazionalista, usando anzi la pubblica amministrazione soltanto per favorire i suoi accoliti, mettendo in pratica così un motto allora molto in voga: "el tiburón se baña, pero salpica" (lo squalo si bagna, però spruzza tutto attorno). A partire dal 1913 il generale Mario García Menocal, del Partito Conservatore, governerà per due mandati consecutivi ricorrendo alla frode elettorale, così come aveva fatto Estrada Palma quando venne rieletto nel 1906, generando come allora una sollevazione di stampo liberale, nel 1917, nota come "La Chambelona", capeggiata, tra gli altri, anche da José Miguel Gómez. Il Governo degli Stati Uniti mobilitò i suoi marines, che sbarcarono nella regione di Oriente, rendendo in seguito ufficialmente noto che le forze alleate e il suo paese dipendevano in forte misura dallo zucchero cubano, e che pertanto "qualsiasi alterazione dell'ordine costituito che ostacoli questo tipo di produzione sarà considerata come un atto ostile"; avvertì anche che se tutti coloro che erano insorti non si fossero immediatamente sottoposti a Menocal, Washington avrebbe potuto trovarsi nella necessità di doverli considerare come nemici e di conseguenza trattarli come tali. Grazie al nuovo Partito Popolare, Alfredo Zayas, che era stato il candidato liberale sconfitto nel 1916, vinse le presidenziali del 1920, appoggiato dal Presidente conservatore Menocal, attraverso elezioni truccate, battendo José Miguel Gómez. Gli anni che corrispondono al suo Governo, 1921-1925, conoscono l'inizio di un processo definito il "risveglio della coscienza nazionale", al quale prende parte una nuova generazione priva di compromessi con il passato. Il suo primo segnale, la cosiddetta Protesta dei Tredici guidata da Rubén Martínez Villena, ebbe come movente proprio il rifiuto della corruzione governativa. Lo scenario repubblicano aveva potuto contare fino a quel momento solo su caudillos e politici corrotti, su un piccolo gruppo di patrioti in opposizione critica e su un incipiente movimento operaio, oltre alle diverse forma di protesta, dagli scioperi alle sollevazioni, fino al banditismo. Nel 1923 prende origine il movimento studentesco per la Riforma Universitaria, a seguito della creazione della Federazione Studentesca Universitaria (FEU) - nel dicembre 1922 – in cui emerge la figura di Julio Antonio Mella - martiano e marxista - leader di quella generazione. Seguono la fondazione della Lega Antimperialista, dell'Università Popolare "José Martí" per gli operai e di altre organizzazioni. Nell'agosto 1925 nasce la Confederazione Operaia di Cuba - il giorno 7 - mentre il 16 viene fondato, da Mella e dal socialista Carlos Baliño, tra gli altri, il Partito Comunista, che da subito verrà dichiarato illegale, processati i suoi leaders e perseguitati i suoi appartenenti. Le primordiali inquietudini giovanili sorte come manifestazione contro la corruzione dilagante, ben presto abbracciarono un'ampia tematica e un vasto settore della società. Ciò contribuì allo sviluppo di un afflato indipendentista di ispirazione martiana e più tardi antimperialista, che godette di gran favore durante le lotte contro Machado.
Le lotte popolari antimachadiste
Nell'aprile 1925, un mese prima di assumere l'incarico, il generale Gerardo Machado fece una visita negli Stati Uniti, dove dette le necessarie garanzie sugli affari che si sarebbero tenuti durante il suo governo è assicurò che non vi era ragione di temere disordini dal momento che possedeva la forza materiale per reprimerli. E, fedelmente, non venne meno alla sua parola. Dal primo anno di mandato procurò pesanti colpi al movimento popolare, cominciando con gli operai e gli studenti. Furono messi al bando il Partito Comunista, la Federazione Studentesca Universitaria, i sindacati e altre organizzazioni; vennero perseguiti, incarcerati e assassinati molti dei loro rappresentanti. Tra le prime vittime figuravano il giornalista e politico conservatore Armando André, per le critiche mosse al Governo, il leader del settore ferroviario Enrique Varona, assassinato in strada, e l'operaio catalano José Cuxart, prigioniero alla Cabaña e al quale fu applicata la legge della fuga. Malgrado la situazione, vennero effettuati scioperi, e vi fu una manifestazione il 27 novembre, anniversario della fucilazione di otto studenti di medicina da parte del regime coloniale spagnolo, avvenuta nel 1871. Quello stesso giorno fu arrestato Julio Antonio Mella, in seguito rilasciato grazie alle forti sollecitazioni nazionali e internazionali nate dalla solidarietà suscitata da un suo prolungato sciopero della fame. Il 1926 fu l'anno dei grandi scioperi ferroviari, dell'assassinio del dirigente della Federazione Operaia de La Habana e della Confederazione Nazionale Operaia di Cuba, Alfredo López, e di altri fatti ancora. Accadde anche il massacro a Camagüey dei contadini oriundi delle Isole Canarie, ad opera della Guardia Rurale, accusati di avere preso parte al sequestro di un colono. Il Collegio dell'Università di La Habana conferì quello stesso anno a Machado il titolo di Dottore Honoris Causa, mentre i suoi corpi armati si rendevano protagonisti di una dura repressione scatenata contro le proteste degli studenti delle superiori e delle università. Nel 1927 prende vigore la protesta nazionale avversa al piano di riforma costituzionale, che avrebbe permesso la proroga del mandato presidenziale. Tra le voci dell'opposizione vi erano quelle dell'illustre pedagogo Enrique José Varona e di Juan Gualberto Gómez. Si costituisce il Direttivo Studentesco Universitario, con il concorso degli studenti degli istituti superiori. I suoi appartenenti furono poi espulsi dai centri di studio. Il 30 marzo una manifestazione degli studenti marciò fino alla residenza di Varona. La forza caricò gli studenti all'angolo della casa, inseguendo al suo interno un gruppo che era riuscito a entrare, distruggendo poi parte del mobilio e maltrattando l'anziano maestro. Gli assassinii del colonnello mambí Blas Masó e di Mella - questo fatto uccidere in Messico da sicari - commossero l'intero paese. Dalla seconda metà del 1929 e al principio del 1930 vi fu un forte movimento di scioperi e una serie di proteste dei disoccupati - le marce della fame - alla quale presero parte migliaia di uomini e donne, malgrado la repressione in atto. Il 20 marzo 1930 il paese è scosso da uno sciopero generale rivoluzionario diretto dal giovane intellettuale e leader comunista Rubén Martínez Villena, alla testa di 200.000 operai in sciopero. Lo sciopero generale venne represso dal regime e Martínez Villena prese la via dell'esilio. Però nuove contestazioni si verificarono in diversi luoghi del paese il 1° maggio, lasciando un saldo di due morti e numerosi feriti. Un nuovo Direttivo Studentesco Universitario venne costituito il 30 settembre 1930. Quel giorno venne aggredita una grande manifestazione degli studenti e feriti il dirigente operaio Isidro Figueroa e i giovani Pablo de la Torriente Brau e Rafael Trejo, che morì poco dopo. Il suo funerale scatenerà un'accesa protesta popolare. Viene chiusa l'Università di La Habana e più tardi tutti i centri d'insegnamento intermedio; vengono sospese le garanzie costituzionali, censurata e poi eliminata la stampa di opposizione. Ma la lotta rivoluzionaria è inarrestabile. Nel gennaio 1931 viene fondata l'Ala Sinistra Studentesca e una manifestazione di donne è dispersa in modo violento. Quell'anno vi furono altre sollevazioni organizzate dagli appartenenti ai partiti tradizionali, alle quali presero parte i veterani mambises e altre forze. L'anno precedente erano fallite due cospirazioni militari. Il 17 agosto giunse a Gibara una spedizione di 27 uomini al comando di Emilio Laurent. La città fu presa e dopo tre giorni di combattimenti il gruppo si disperse. Cresceva la repressione, ma crescevano anche le forze di opposizione, che giustiziarono dozzine di assassini e torturatori machadisti. Il movimento scioperante passò all'offensiva generale nel settore dello zucchero dalla zafra del 1932, riuscendo in quell'anno a incorporare altre categorie e anche nell’anno seguente. Nel 1933 il paese stava vivendo una vera e propria guerra civile. La regione orientale fu teatro di azioni armate dei rivoluzionari capeggiati da Antonio Guiteras, mentre a Las Villas vennero organizzati piccoli gruppi di insorti. Nelle città continuavano gli attentati e i sabotaggi, la popolazione realizzava una campagna di disobbedienza al regime non pagando i contributi e le imposte. Lo sciopero generale nell'agosto 1933 avrebbe dato il colpo di grazia al tiranno.
La rivoluzione del '30: un'impresa incompiuta
Il generale Gerardo Machado, che governò dal 1925 con mano ferrea superando per crudeltà repressiva anche i suoi predecessori, riuscì nel 1928 - attraverso una riforma costituzionale - a prorogare il suo mandato presidenziale, quello del Vicepresidente e del resto del suo entourage, grazie all'appoggio dei tre partiti tradizionali (Liberale, Conservatore e Popolare). Assunse il suo secondo incarico il 20 maggio 1929, e quando diversi mesi più tardi l'economia cubana, che ancora non si era ripresa, fu trascinata in una grave crisi a seguito del crac bancario statunitense, nell’ottobre di quell’anno fece sprofondare il paese nella fame e nella miseria sotto l'egida di una dittatura dai metodi fascisti. I Governi precedenti si erano messi in luce in principal modo per la violenza usata contro le diverse sollevazioni. Machado ricorse, fin dal suo primo mandato, all'omicidio di numerosi oppositori, mettendo al bando e perseguendo le organizzazioni popolari, riempiendo le carceri di prigionieri politici e applicando ogni tipo di tortura contro le sue vittime. Questo stato di cose provocò un graduale incremento delle lotte popolari, al punto che avrebbe anche potuto trionfare una rivoluzione dalle incalcolabili conseguenze per gli interessi nordamericani a Cuba. In precedenza però, il Governo degli Stati Uniti affidò a Benjamin Sumner Welles la missione di mediare tra le parti coinvolte nel conflitto, riuscendo a far fallire il movimento rivoluzionario con il concorso delle forze controrivoluzionarie del posto, lasciando così inconclusa la Rivoluzione del '30. Uno sciopero indetto inizialmente dal settore dei trasporti di La Habana ed estesosi successivamente ad altre categorie, acquisì carattere politico all'inizio di agosto 1933, spingendosi anche oltre dopo che il giorno 7 una moltitudine, riunitasi nella capitale alla voce della caduta del tiranno, rivelatasi in seguito falsa, venne presa a colpi di mitraglia dagli agenti del regime, lasciando un saldo di 20 morti e 170 feriti. Davanti alla forza dello sciopero generale, il giorno 12 Machado fuggì in aereo con la sua famiglia verso le Bahamas, rifugiandosi in seguito negli Stati Uniti. I mediatori non persero tempo e insediarono alla presidenza Carlos Manuel de Céspedes y Quesada, che ricevette l'appoggio dei settori di destra, mentre la situazione andava facendosi sempre più confusa, con l'esasperazione popolare che non risparmiò quei sicari machadisti che non riuscirono a mettersi in salvo. Scoppiò anche un movimento di sergenti, spalleggiato da alcune forze antimachadiste, che depose le alte cariche militari, fissando come centro operativo, all'alba del 4 settembre 1933, la fortezza di Columbia, oltre ad altre ramificazioni nel resto del paese. I cospiratori lanciarono un manifesto del cosiddetto Gruppo Rivoluzionario di Cuba e, nel volgere di qualche ora, costituirono il cosiddetto Governo della Pentarchia che, a sua volta, viene sciolto il giorno 10 quando uno dei suoi appartenenti, il medico Ramón Grau San Martín, assume la presidenza. Nel seno del gabinetto dei Cento Giorni si muovono elementi da posizioni centriste fortemente demagogiche fino agli estremi della destra reazionaria e della sinistra rivoluzionaria. Quest'ultima era rappresentata dal Segretario di Governo Antonio Guiteras, che riuscì ad applicare diverse misure nazionaliste e rivoluzionarie. Per esercitare una qualche forma di pressione, gli Stati Uniti mandarono a Cuba una flotta di 29 navi da guerra al comando dell'ammiraglio Charles S. Freeman, dichiarando di non riconoscere dal punto di vista diplomatico tale Governo. Il sergente Fulgencio Batista Zaldivar si impone come dirigente del golpe e Washington, che inizialmente cercò di abbatterlo, accettò le sue rassicurazioni. Il 16 gennaio 1934 Grau si dimette. Carlos Hevia sarà il nuovo Presidente per poco più di 24 ore, poi prende la presidenza Carlos Mendieta (18 gennaio 1934 - 12 settembre 1935), benché il già colonnello Batista, capo dell’esercito, eserciti già di fatto la dittatura nascosto dietro i diversi Presidenti che si succederanno fino al 1940: José A. Barnet (12 settembre 1935 - 20 maggio 1936), Miguel Mariano Gómez (20 maggio 1936 - 24 dicembre 1936), figlio del generale José Miguel Gómez, e Federico Laredo Bru (24 dicembre 1936 - 10 ottobre 1940). Tra i fatti più significativi vanno segnalati la repressione, da parte dell'esercito e della polizia, degli scioperi generali del marzo 1935, oltre all'assassinio di Guiteras l'8 maggio dello stesso anno. Vi fu sempre una piena intesa tra Batista e gli investitori statunitensi. Un nuovo Trattato di relazioni tra Cuba e Stati Uniti, nel 1934, cancellò di fatto ogni traccia visibile dell'Emendamento Platt. Nel 1937, quando i gruppi pro-fascisti erano molto in auge, si va diffondendo un generale incremento delle forze popolari, per la riuscita di una forte campagna a favore dell'amnistia per i prigionieri politici e della mobilitazione nazionale a difesa della Repubblica Spagnola. Centinaia di cubani combatterono assieme alla popolazione iberica e successivamente a Cuba vennero accolti numerosi esiliati dopo la sconfitta repubblicana. Si va anche unificando il movimento operaio con la fondazione, il 28 gennaio 1939, della Confederazione dei Lavoratori di Cuba (CTC), diretta da Lázaro Peña. Si venne così a creare una sorta di Fronte Democratico dell'opposizione, mentre in seno al Governo e tra le lobby di potere cominciarono a circolare certe correnti di liberismo in linea alle posizioni del Presidente nordamericano Franklin D. Roosevelt. A seguito delle pressioni popolari venne convocata l'Assemblea Costituente, che redasse una nuova Carta Magna, la Costituzione del '40, processo nel quale influì un gruppo di prestigiosi dirigenti progressisti e comunisti. In linea teorica ebbe carattere avanzato, sebbene non si arrivò a dettare le leggi complementari. Quell'anno Batista venne eletto Presidente della Repubblica. Fu un periodo assai complesso a livello internazionale nella lotta contro il fascismo; sul piano interno il dittatore optò per un miglioramento della sua immagine, accettando un Governo di coalizione nazionale. Nel 1944 arriva alla presidenza Ramón Grau San Martín, alla testa del Partito Rivoluzionario Cubano (Autentico), che sconfigge il candidato appoggiato da Batista. Le sue promesse in senso riformista e nazionalista rimasero presto incompiute, mentre a partire dal 1946 dispiegherà una politica di repressione nei confronti del movimento operaio e contadino che in quel momento erano in piena auge. La designazione del premier Carlos Prío Socarras anche quale Ministro del Lavoro, contribuisce a dare un'impronta di anticomunismo e un clima da guerra fredda all'interno della società cubana. La regola del Differenziale Zuccheriero, una misura volta al miglioramento dei salari e a contribuire alle opere pubbliche e a un maggiore sviluppo economico, proposta dal leader del settore Jesús Menéndez, era stata adottata per la grande pressione di questo movimento. Nel 1948, con l'appoggio di Grau, Prío Socarras giunge al Palazzo Presidenziale, sebbene poi non terminerà il suo mandato a causa del colpo di stato del 10 marzo 1952, operato da Batista. Eduardo Chibás, fondatore del Partito del Popolo Cubano (Ortodosso), si convertì in un leader popolare denunciando sistematicamente la corruzione amministrativa diffusa, e questo partito era dato come il sicuro vincitore alle prossime elezioni, malgrado il drammatico suicidio del suo leader il 16 agosto 1951.
Dal Moncada (1953) al 1° gennaio 1959 L'assalto alla Caserma Moncada
L'attacco alla seconda fortezza militare dell'esercito batistiano, il 26 luglio 1953, nonostante sia fallito, è l'evento più trascendente della storia contemporanea di Cuba, in quanto servì come detonante della società neocoloniale. Cinque anni, cinque mesi e sei giorni dopo trionferà la Rivoluzione cubana. Lo sviluppo in un periodo di tempo tanto breve di una guerra di liberazione nazionale e l'autenticità del processo iniziato il 1° gennaio 1959, mettono in evidenza come tale fatto, assieme all'uccisione della maggior parte di coloro che vi parteciparono e alle circostanze anormali del processo ai sopravvissuti (Causa Nº 37), commosse la popolazione e contribuì decisamente a propiziare e ad accelerare tutta una serie di condizioni che avrebbe nuovamente creato una situazione rivoluzionaria nel paese. Non si trattava di un golpe militare per rimpiazzare un Governo militare. L'azione venne concepita come un meccanismo perpetuo - l'occupazione della caserma Moncada a Santiago de Cuba e della caserma Carlos Manuel de Céspedes a Bayamo - che ne avrebbe innescato uno più grande che avrebbe comportato un'ampia partecipazione popolare motivata dalla proclamazione immediata di un programma di leggi e di misure rivoluzionarie. Il popolo sarebbe stato armato con l'armamento sequestrato. Il Programma del Moncada fu poi portato a compimento nella sua essenza durante il primo anno e mezzo della ribellione vittoriosa. Prima del golpe militare del 10 marzo 1952, le aspirazioni della maggior parte della popolazione erano riposte nella vittoria del Partito del Popolo Cubano (Ortodosso) alle elezioni che si sarebbero dovute tenere il 1° giugno di quell’anno. Ma tutte le speranze decaddero con l'arrivo di Fulgencio Batista al potere, con l'abrogazione della Costituzione del '40, con l'annullamento di tutte le funzioni legislative e con la sospensione dell'autonomia delle amministrazioni provinciali e municipali, e, cosa ancor più importante, con la soppressione del Codice Elettorale e dei diritti delle organizzazioni politiche. In altri termini, niente elezioni. Batista dettò il proprio Statuto Costituzionale il 4 aprile, obbligando i sindaci e i consiglieri a firmarlo, altrimenti avrebbero perso il loro posto; stessa sorte toccò a tutti i funzionari pubblici, compresi i magistrati del Tribunale Supremo e del Tribunale delle garanzie costituzionali e sociali. I partiti politici contrari al regime militare si perdevano in discussioni e divisioni interne, con molte parole e pochi fatti. Fu questo il caso della cospirazione degli autentici della Tripla A. Nel frattempo, intense erano le proteste studentesche antibatistiane, che presero come bandiera la profanata Costituzione del 1940, con l’appoggio di altri settori, principalmente giovanili. E dalle proteste si passò all'agitazione insurrezionale. Si moltiplicarono i gruppi indipendentisti favorevoli alla lotta armata in cerca di mezzi per sconfiggere il tiranno. In questo modo tanti passarono nelle fila del Movimento Nazionale Rivoluzionario del professore Rafael García Bárcena, che cospirava in maniera quasi pubblica e il cui piano fu fatto fallire nell'aprile 1953. Intanto, un importante settore della gioventù ortodossa guidato dal giovane avvocato Fidel Castro Ruz si preparava in segreto, con poche risorse e con uomini più addestrati che armati. Il piano d'attacco alla caserma Moncada venne concepito in gran parte nell'appartamento di Abel Santamaría, situato in calle 25 y O, nel quartiere del Vedado, mentre l'addestramento fu tenuto nell'Università de La Habana dallo studente di ingegneria Pedro Miret Prieto. Vi furono anche altre riunioni ad Artemisa - luogo di provenienza di numerosi cospiratori - e nella casa di Melba Hernández, in Jovellar nº 107, sempre nel Vedado. La preparazione militare venne completata nelle fattorie Los Palos e Pijirigua, oltre che al Club dei Cacciatori nel quartiere del Cerro, a La Habana. La discrezione fu mantenuta grazie al fatto che esisteva un'organizzazione nella quale si conoscevano soltanto gli appartenenti a ogni cellula, mentre la direzione del movimento rimaneva concentrata nelle mani di pochi (Fidel Castro, Abel Santamaría, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Antonio López Fernández (Ñico), Pedro Miret e Jesús Montané Oropesa). All'azione prese parte un solo abitante di Santiago de Cuba, Guitart, che si fece carico di creare le condizioni sul terreno, ossia di elaborare un piano per la fortezza, di localizzare i luoghi dove avrebbero alloggiato i combattenti e diverse altre misure di sicurezza. La concentrazione finale ebbe luogo nella fattoria chiamata Granjita Siboney nella notte del 25 luglio. Se non fosse avvenuto un incontro con una sentinella di ronda, la caserma sarebbe caduta nelle mani dei rivoluzionari. Simultaneamente vennero presi il vicino Palazzo di Giustizia, da Raúl Castro alla guida di sette uomini, e l'Ospedale Civile Saturnino Lora, da Abel Santamaría con 21 uomini (con Haydée Santamaría e Melba Hernández in qualità di infermiere). Fidel Castro diresse l'attacco alla caserma Moncada con 45 uomini, preceduto da 8 uomini che presero il posto di guardia n° 3. Un gruppo di altri circa 50 combattenti – il gruppo di riserva - equipaggiato con le migliori armi, non arrivò mai, deviando per una via sbagliata. Nell’azione di Bayamo furono coinvolti 25 uomini, ma il fattore sorpresa fallì. I combattenti lottarono per due ore, fino a quando esaurirono le loro munizioni. Nell'azione morirono 8 persone, parte di questi proteggendo la ritirata dei loro compagni; 53 vennero invece catturati e assassinati, mentre 30 riuscirono a salvare la vita e furono imprigionati; 58 rimasero liberi. La riconoscenza per la loro partecipazione e la denuncia contro gli assassini e i torturatori rese più stretto il legame all'interno del gruppo, che si autodefinì "Generazione del Centenario in onore a José Martí", che Fidel Castro indicò come l'autore intellettuale dell'azione, lodando il gesto di quei giovani che in riparazione di tanti mali donarono il loro sangue vicino alla sua tomba. Sembrava, disse, che l'Apostolo dovesse morire proprio nell'anno del centenario della sua nascita. Il pronunciamento di autodifesa di Fidel, conosciuto in seguito come "La storia mi assolverà", divenne la migliore attestazione per l'arruolamento di migliaia di giovani cubani nella lotta antibatistiana.
La nuova "guerra necessaria" alla metà del secolo XX
Sul finire del 1955 Fidel Castro usciva di prigione a seguito delle pressanti richieste popolari che avevano obbligato il Governo di Fulgencio Batista a concedere un'ampia amnistia politica, nel maggio 1955, rendendo così più breve il cammino della Rivoluzione cubana, che trionferà il 1° gennaio 1959. Sono stati guadagnati quasi dieci anni di potere rivoluzionario. Morti o in carcere la maggior parte dei moncadisti, la dittatura riuscì a conseguire, grazie al concorso di alcune forze tradizionalmente all'opposizione, la vittoria alle elezioni del 1° novembre 1954, un successo peraltro scontato; Batista fu rieletto Presidente del paese. Esisteva però l’intenzione di eliminarli dallo scenario politico. I moncadisti vennero confinati all'Isola dei Pini, a sud della provincia de La Habana, nonostante l'espresso ordine del Tribunale di Santiago de Cuba di inviarli alla Fortezza della Cabaña, nella città di La Habana. Tuttavia, "i ragazzi del Moncada" - come venivano familiarmente chiamati - non erano stati dimenticati, né abbandonati. Il 28 ottobre la radio aveva dato molto risalto a un coro di voci che gridava "Fidel Castro" durante lo svolgimento dell'ultimo comizio elettorale nella provincia di Oriente del candidato dell'opposizione Ramón Grau San Martín, che addirittura venne ascoltato dallo stesso Castro nella sua cella, stando a quanto riporta una lettera scritta da lui alla sorella Lidia il giorno seguente. Fidel passò la maggior parte del tempo in isolamento nel carcere "Modello" dell'Isola dei Pini, così come era avvenuto allorquando si trovava nel penitenziario "Boniato" di Santiago de Cuba. Rifiutò sempre qualsiasi compromesso di abbandonare la lotta in cambio della liberazione. Questi erano i suoi argomenti: "Ho abbastanza dignità per passare qui venti anni o per morire prima di collera". "In cambio della nostra libertà non daremo nemmeno un atomo del nostro onore". Benché avesse una gran fretta di essere libero e di realizzare la Rivoluzione, la disperazione non si impadronì del suo animo. "Che scuola formidabile è questa prigione. Da qui posso completare e plasmare la mia visione del mondo e ricercare il senso della mia vita. Non so se sarà breve o lunga, se sarà fruttifera o sterile. Di sicuro sento riaffermarsi ancora di più la mia determinazione al sacrificio e alla lotta", avrebbe commentato in una lettera del 19 dicembre 1953. Il tempo risultò favorevole a Fidel e ai suoi compagni. Senza che se lo fosse proposto, Batista creava loro le condizioni per una "università di studi teorici rivoluzionari", dopo l'esperienza pratica dell'inizio della lotta armata e dopo la prima sconfitta. A questo fine crearono l'Accademia di studi ideologici "Abel Santamaría" (si impartivano 11 discipline) e la Biblioteca "Raúl Gómez García", con più di 600 libri inviati da familiari, amici, politici e professori universitari. Insieme alle materie di base come filosofia, storia universale, economia politica, matematica, geografia e lingue, venivano abbracciate tematiche sociali, la grammatica e la letteratura universale, in primo luogo le opere classiche della letteratura castigliana. Questi giovani affinarono il loro spirito, superarono le debolezze, dettero forma alla loro volontà e incrementarono la loro cultura generale e la loro formazione politica a partire dalla realtà cubana, inserita però in un ottica universale. Erano anche previste delle norme di condotta, contemplate in 10 articoli il cui compimento era obbligatorio; il primo stabiliva la realizzazione di riunioni generali ordinarie nei primi giorni di ogni mese, alle sette di sera; nel caso in cui questi giorni venivano a cadere di sabato, di domenica o in un giorno festivo, si rimandava tutto al lunedì seguente. Sotto gli sguardi dei carcerieri i nuovi combattenti si preparavano al loro compito, coloro che sarebbero stati i futuri capi militari, dirigenti e ministri della nazione cubana. Nonostante la censura alla quale erano sottoposti tutti coloro che uscivano dalle prigioni, Fidel Castro riuscì a ricostruire il suo pronunciamento di autodifesa conosciuto in seguito come "La storia mi assolverà", tratto dall'ultima frase "Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà", la cui edizione clandestina servì a raccogliere e a catalizzare la simpatia popolare nei confronti dei moncadisti e a guadagnare adepti alla causa della Rivoluzione. Dal carcere vennero diretti anche i contatti necessari per ristabilire la coesione rivoluzionaria del gruppo che, all'uscita dal carcere di Fidel e dei suoi compagni il 15 maggio 1955, sorgeva come Movimento 26 Luglio. La libertà però fu soltanto apparente; la persecuzione delle autorità presto li avrebbe convinti che la lotta armata contro Batista sarebbe stata possibile organizzarla solamente dall’esilio. Il 7 luglio 1955 si recò in Messico, dove già dal 24 giugno lo aspettavano Raúl Castro e gli altri rivoluzionari. Il carcere rafforzò la decisione di proseguire la lotta e al nucleo iniziale presto si aggiunsero centinaia di cubani. La campagna a favore dell’amnistia aveva dimostrato quelle che erano le simpatie e le tendenze di importanti settori della popolazione nei confronti dei giovani rivoluzionari.
I preparativi del Granma
La capacità di portare la lotta armata a Cuba nel più breve tempo possibile divenne per Fidel Castro e per il Movimento 26 di Luglio un obiettivo sostenibile e di forte credibilità davanti al popolo cubano. Impresa difficile quella di imbarcare una spedizione in gran segreto e con scarse risorse. In Messico, il Movimento 26 di Luglio andò concentrando un nutrito gruppo di giovani selezionati a Cuba, negli Stati Uniti e in altri paesi dell’America Centrale; altri ancora giungevano per conto loro. La preparazione si attenne al modello precedente sperimentato dal gruppo dei moncadisti, ossia discrezione, disciplina e celerità. Alloggiarono in diverse abitazioni della capitale messicana e successivamente anche a Veracruz e a Jalapa. L'addestramento pesante venne effettuato invece nelle fattorie di La Rosa e María de Los Ángeles. La prima, nella località di Chalco, a 40 km dalla capitale, presentava terreni montagnosi per un’estensione di 16 km. di lunghezza e 9 km. di larghezza, però cadde nelle mani delle autorità nel giugno 1956. La seconda, nota come l'Accampamento di Abasolo, era vicino a questo villaggio, nello stato di Tamaulipas, e rimase in funzione nei mesi di ottobre e novembre di quell'anno, prima della partenza dello yacht Granma per Cuba. L'addestramento militare e politico però, ebbe fasi diverse, adeguate alle scarse risorse di cui disponevano. Al principio, i futuri membri della spedizione realizzarono lunghe camminate nella capitale, con piccole scalate sulle colline circostanti, che poco a poco divennero sempre più complesse, con grossi carichi da trasportare sulle spalle e privazioni di acqua e cibo. I futuri guerriglieri remarono per molte ore nel Lago del bosco di Chapultepec, sottoponendosi a un regime di ginnastica e di difesa personale, sia in casa che in palestra. Praticarono il tiro al bersaglio nel Campo de los Gamitos. Per la preparazione teorica poterono fare affidamento sulle lezioni impartite dell'ex-generale Alberto Bayo, veterano della guerra civile spagnola, su quelle del giovane medico argentino Ernesto Guevara, che da allora unì il suo destino a quello dei cubani, e del moncadista Antonio Ñico López. Parte delle armi furono comprate nell'armeria del messicano Antonio del Conde Pontones (El Cuate), le restanti nelle città di Toluca, di Puebla e in altre località ancora, principalmente negli Stati Uniti. A volte venivano acquistate smontate e in seguito assemblate nel laboratorio di El Cuate. Anche le uniformi vennero realizzate in un laboratorio di Conde, mentre gli stivali furono comprati nella città di Guanajuato. Nel frattempo, Fidel Castro e Juan Manuel Márquez Rodríguez non si riposarono un solo giorno affinché fosse compiuta la promessa fatta dal leader moncadista "nel 1956 saremo liberi o saremo martiri". L'arresto, nel giugno 1956, di Fidel e di altri 27 suoi compagni, mise in pericolo i piani del ritorno a Cuba, almeno per quell'anno. Gli agenti di Fulgencio Batista riuscirono quasi a ottenere la sua estradizione, e persino la vita del leader cubano era in pericolo. L'ex-Presidente messicano Lázaro Cárdenas, in persona, trattò per il rilascio di Castro davanti all'allora presidente del Messico Adolfo Ruiz Cortines. L'accampamento di Abasolo venne dismesso il 21 novembre dopo che due uomini disertarono; il prossimo luogo d'incontro sarebbe stato a Tuxpan, da dove sarebbe partito lo yacht Granma, all'una e trenta del mattino del 25 novembre, sotto la pioggia e con cattive condizioni climatiche che rendevano problematica la navigazione.
Dal Granma alla Sierra Maestra
"Siete qui con le vostre uniformi, con le vostre munizioni e con i vostri fucili. Adesso sì che vinciamo la guerra!", disse commosso Fidel Castro quando, nella notte del 18 dicembre 1956, abbracciò suo fratello Raúl Castro - capitano della colonna di retroguardia - a Cinco Palmas, Purial de Vicana, sulla Sierra Maestra. Era il ricongiungimento di otto uomini con sette fucili salvatisi dal disuguale scontro del 5 dicembre, la cosiddetta imboscata di Alegría de Pío, che disperse gli 82 partecipanti alla spedizione. A questo fatto contribuì il loro stato di sfinimento dopo sette giorni di traversata e lo sbarco del Granma, il 2 dicembre, in una zona paludosa prossima alla spiaggia di Las Coloradas, Belic, Niquero, lontani dai luoghi in cui i collaboratori del Movimento 26 di Luglio li attendevano. Nel primo scontro armato vi furono 21 vittime (3 in combattimento e 18 assassinati), mentre 61 uomini si salvarono ma rimasero dispersi. Di questi, soltanto 20 poterono ricongiungersi, durante il mese di dicembre, altri 20 invece riuscirono a scappare e 7 di questi tornarono in seguito nelle fila dell'Esercito Ribelle, altri 21 vennero catturati, ma salvarono la propria vita, giudicati dal Tribunale di Santiago de Cuba (Causa Nº 67 del 1957) e condannati alla prigione nell'Isola dei Pini. Nella fattoria del contadino Ramón (Mongo) Pérez, nei giorni seguenti l’incontro tra Fidel e Raúl Castro, si ritrovarono gli altri combattenti - tra questi Juan Almeida Bosque, Ernesto Guevara de la Serna e Camilo Cienfuegos Gorriarán - localizzati grazie all'aiuto di alcuni contadini simpatizzanti reclutati da Celia Sánchez Manduley. Il capitano Faustino Pérez Hernández - uno dei sopravissuti - il giorno 23 parte per Manzanillo con la missione di stabilire contatti con il Movimento in questa città; più tardi si recherà a Santiago de Cuba dove si incontra con i dirigenti dell'organizzazione, Haydée Santamaría Cuadrado, Armando Hart Dávalos e Frank País García, tra gli altri. Il giorno 30 novembre 1956, all'insaputa del ritardo sulla data stabilita per la traversata, a causa delle pessime condizioni climatiche che avevano rallentato l’imbarcazione, il Movimento 26 Luglio realizzò una sollevazione armata a Santiago de Cuba e diverse azioni minori in altre località, in appoggio all’arrivo del Granma. La stampa nazionale e le agenzie straniere davano per fallita la missione. In quei giorni ‘El Diario de la Marina’, ‘Tiempo’, ‘Alerta’ e altri giornali titolarono: "Morto Fidel Castro nei pressi di Niquero", "Forze congiunte della Marina e dell'Aviazione stanno realizzando un'intensa ricerca", "In un elenco vi sono i nomi di Fidel Castro e di Raúl Castro", "L’agenzia UP ribadisce che Fidel Castro è morto assieme al suo Stato Maggiore poco dopo lo sbarco nei pressi di Niquero", "Sequestrata l’imbarcazione degli spedizionieri, si ignora se Fidel Castro sia venuto con quella". Il 25 dicembre Fidel parte per la Sierra Maestra. A lui si aggiungono otto abitanti locali - tra cui Guillermo García e Crescencio Pérez - e diversi altri lungo il cammino. Il giorno 27 dicembre la guerriglia è costituita da 27 uomini, ma continuerà a crescere; già non può essere più distrutta. Alcune settimane dopo, nella mattina del 17 gennaio 1957, la piccola forza di 29 ribelli, ottiene la sua prima vittoria attaccando la Caserma di La Plata senza subire nessuna perdita. Era la migliore prova del fatto che erano vivi. A loro favore: due soldati morti, cinque feriti, dei quali tre molto gravi moriranno in seguito, tre prigionieri e una spia giustiziata. La postazione militare venne data alle fiamme, vennero presi otto fucili Springfield e una mitragliatrice Thompson con circa mille munizioni, così come indumenti, zaini, cartucciere e altri utensili da campo. Alcuni militari fuggirono. I feriti e i prigionieri vennero rimessi in libertà, mentre i guerriglieri partirono in cerca delle zone più scoscese della Sierra Maestra.
La Sierra Maestra, bastione ribelle
Tra le montagne più alte di Cuba, nella zona meridionale della vecchia provincia di Oriente, poté trionfare la tesi di Fidel Castro – esposta ai tempi dell'assalto al Moncada - di mettere in funzione un motore piccolo per farne andare uno più grande che trascinasse con sé le potenzialità rivoluzionarie del popolo. L'incipiente guerriglia degli inizi del 1957, due anni dopo entrava trionfante a La Habana trasformata in Esercito Ribelle, sostenuto e acclamato dalla maggior parte della popolazione; prima però dovette sopravvivere, sfuggire all’incalzamento delle forze batistiane e sconfiggere la sanguinaria tirannia che uccise 20.000 cubani. La mobilità costante caratterizzò i primi mesi. Nelle lunghe marce sulla Sierra Maestra, le reclute combattenti si prendevano gioco del nemico; conoscevano bene il terreno ed erano preparate fisicamente. Le fila dei ribelli venivano nutrite, selezionate e consolidate, così come i contatti con la pianura e con i contadini. Questi sarebbero stati i loro naturali alleati e il grosso delle future incorporazioni alla guerriglia. Dopo l'attacco alla caserma di La Plata, il 17 gennaio, e dello scontro di Arroyo del Infierno – il giorno 22 - tutti e due riusciti, la delazione di una guida mise in pericolo la guerriglia. Il giorno 30 patì un violento bombardamento al Pico Caracas, riuscì a sfuggire alla trappola tesa il 9 febbraio ad Altos de Espinosa, dove perse la vita un combattente contadino. In un'altra occasione ancora i soldati poterono seguire le loro tracce, ma alla fine il traditore Eutimio Guerra venne catturato, processato e fucilato dalle forze ribelli. Poco prima, i capi della guerriglia scesero dalle montagne per incontrarsi in una località vicina a El Jibaro con Frank País e con altri dirigenti del Movimento 26 Luglio (coordinamento tra la Sierra e la pianura), e ricevettero la visita di un giornalista nordamericano. Il 17 febbraio, Herbert L. Matthews, del quotidiano New York Times, intervistò Fidel Castro; ciò contribuì a confermare il fatto che il leader cubano era ancora vivo e che la fiamma della ribellione seguiva incessante il suo corso. La rivista Bohemia, che godeva di un'ampia diffusione a livello nazionale, il 17 marzo pubblicò pure due pagine con le foto di Fidel e dei suoi compagni sulla Sierra Maestra, e queste furono le prime a essere conosciute nel paese. I rinforzi promessi da Frank País arrivarono il 16 marzo, con circa 50 uomini e armamento per una trentina. La settimana seguente servì per una generale risistemazione e di apprendistato. Il 23 aprile ricevettero la visita del giornalista statunitense Robert Taber e del cameraman Wendeil Hoffman, che giunsero assieme a Celia Sánchez e a Haydée Santamaría e ad altri due uomini inviati dal Movimento 26 Luglio. Per questo reportage salirono sul Pico Turquino (1.974 metri sul livello del mare, il più alto di Cuba), e le loro immagini fecero il giro del mondo. Batista non poteva continuare a negare l'esistenza della guerriglia dopo questa e altre successive pubblicazioni. Il 28 maggio 1957 ci fu l'attacco alla caserma di El Uvero, sulla costa sud; un'importante vittoria che contrassegnò la maturità raggiunta dalla guerriglia, secondo quanto avrebbe narrato Ernesto Che Guevara, che rimase con i feriti mentre Fidel andava organizzando un'imboscata alle truppe batistiane. Il 16 giugno il Che si riunì al gruppo assieme ai feriti che si erano ristabiliti e ad altri nuovi adepti. Poco a poco si vennero a creare le condizioni che avrebbero permesso di estendere le azioni di lotta su un più vasto raggio. In luglio venne costituita la Colonna n° 4 - in realtà la seconda dell'Esercito Ribelle, ma questo nome le fu dato per confondere la dittatura - agli ordini di Guevara, asceso al grado di comandante il 21 luglio, e formata da tre plotoni. La sua missione era quella di operare a est del Pico Turquino. Nel frattempo, a ovest, la Colonna n° 1 faceva altrettanto, comandata da Fidel Castro alla guida di cinque plotoni. Ambedue formavano il 1º Fronte "José Martí". La guerriglia concludeva la sua fase nomade. A partire da allora cominciarono diverse azioni ripetute (luglio, agosto e settembre) contro le caserme e le colonne dell'esercito inviate sulla Sierra Maestra. Mentre inviava le sue truppe sulle colline, il Governo di Batista cercò in tutti i modi di eliminare la base di appoggio dei ribelli attraverso il bombardamento e il cannoneggiamento delle montagne e gli assassini degli abitanti dei villaggi della Sierra. L'evacuazione di migliaia di contadini verso aree di concentramento in luoghi sorvegliati dall'esercito governativo, ricordavano i tempi del Capitano Generale spagnolo Valeriano Weyler, quando gli uomini venivano stipati sulle navi senza le più elementari condizioni di vita. I piani offensivi (R-1, R-2,R-3 e R-4), tra ottobre 1957 e gennaio 1958, avevano l'obiettivo specifico di isolare i rivoluzionari, di accerchiarli e di ridurre progressivamente lo spazio circostante fino al loro annientamento. Era anche prevista la sorveglianza della raccolta della canna da zucchero, messa in pericolo dai continui sabotaggi. Sul finire del 1957 - primo anno della guerriglia ribelle - esisteva già un consolidamento del territorio insorto sulla Sierra Maestra che comprendeva - prendendo come punto di riferimento il Pico Turquino - la zona compresa tra Pico Caracas, a ovest, e Pino del Agua, a est. A sud della cordigliera si estendeva il mare, mentre il nord era costellato da piccoli villaggi stretti tra le roccaforti occupate dai soldati del regime. Questi potevano azzardarsi a penetrare nella zona soltanto in grandi colonne che si muovevano con difficoltà e che potevano essere attaccate con più facilità dai guerriglieri che sconfissero le ripetute offensive batistiane. Allora la linea di posizione dell'esercito arretrò; i centri di comando si trovavano a Yara, Estrada Palma, Manzanillo e Buey Arriba, mentre le riserve centrali erano a Bayamo; da questi dipendevano le caserme di Pino del Agua, Guisa, El Oro, San Pablo del Yao, Niquero e Media Luna, tra le altre. Assieme ai distaccamenti armati, i ribelli stabilirono tribunali, ospedali, scuole di preparazione militare, politica e di alfabetizzazione. Il secondo attacco a Pino del Agua (16-17 febbraio 1958) ebbe risonanza nazionale (la censura era stata tolta in tutto il paese meno nella provincia di Oriente) e con le armi catturate fu possibile aprire nuovi fronti di combattimento.
Nuovi fronti della guerriglia
L'espansione dell'Esercito Ribelle verso le regioni orientali determina la rottura del primo anello di accerchiamento delle truppe batistiane e l’inizio del fallimento del cosiddetto Piano F-F (fase finale o fine di Fidel), elaborato dal Ministero della Difesa di Fulgencio Batista. Le due nuove colonne - destinate all'apertura del II e III fronte - sarebbero state la n° 6 "Frank País", agli ordini del Comandante Raúl Castro, e la n° 3 "Santiago de Cuba" guidata dal Comandante Juan Almeida. In quei giorni iniziavano dalla Sierra le trasmissioni di un impianto radio denominato Radio Rebelde (24 febbraio 1958) e anche venivano pubblicati giornali rivoluzionari. Era stato rotto il silenzio dell'informazione sulla Rivoluzione in gestazione. Un documento top secret del Governo del 27 febbraio 1958, stabiliva come primo obiettivo della tirannia quello di annientare FC (Fidel Castro), accerchiarlo in una zona limitata (il triangolo Pilón-Niquero-Cabo Cruz) ed eliminarlo attraverso lo scontro a fuoco. Per ottenere ciò, nelle indicazioni che seguono ordina di bloccare, attraverso l'occupazione di punti chiave, l’area della Sierra, affinché non possano giungere rifornimenti o qualsiasi altro tipo di sostegno ai ribelli, obbligando i civili residenti a evacuare la zona in modo non organizzato, pressati dalla situazione che si sarebbe venuta a creare. Il tutto sarebbe stato accompagnato da diverse azioni militari: nel mare la presenza di varie unità di superficie della Marina da guerra e avamposti dispiegati sulla costa; sul terreno, la riorganizzazione delle truppe e uno schema di manovra che comprendeva la bonifica attraverso bombardamenti e mitragliamenti aerei della zona nord-orientale e occidentale del Pico Turquino. Mentre gli strateghi di Batista vagheggiavano con il Piano F-F, nasceva il II fronte nel nord-est della provincia di Oriente; la Colonna 6 "Frank País", guidata dal Comandante Raúl Castro, nella notte dal 10 all’11 marzo 1958 scese dalla Sierra Maestra e attraversò la provincia con 82 uomini e 53 armi a lunga gittata. Dopo 60 ore di marcia ininterrotta giunse a Piloto del Medio. In nove mesi di guerra dominava un territorio di oltre 12.000 km², dove venne stabilita una perfetta organizzazione sotto forma di governo popolare nelle zone liberate. Sorse anche il III fronte "Santiago de Cuba". Con la Colonna n° 3 il Comandante Juan Almeida partì il 1° marzo 1958 da Pata de la Mesa, sulla Sierra Maestra, per operare nelle vicinanze della capitale orientale. Poco dopo, il 31 marzo 1958, il capitano Camilo Cienfuegos partì da El Dorado, sulla Sierra Maestra, verso la pianura, dove rimase 53 giorni in un triangolo compreso tra Las Tunas, Holguín e Bayamo. Qui diresse importanti azioni, riorganizzò i combattenti della zona e reclutò numerosi contadini e operai agricoli. Il 18 giugno fece ritorno alla Sierra con il grado di Comandante. Si avvicinava l'offensiva generale della tirannia contro la principale enclave ribelle, nell'estate di quello stesso anno, ma prima si sarebbero definite questioni cruciali riguardo il modo di condurre la lotta. Il 3 maggio, ad Altos de Mompie, sulla Sierra Maestra, si riuniva la Direzione Nazionale del Movimento 26 Luglio per analizzare le cause del fallimento dello sciopero del 9 aprile 1958 che, nonostante fosse stato progettato come generale, ebbe delle ripercussioni assai limitate. Da allora Fidel Castro sarebbe stato il Comandante in Capo dell'Esercito Ribelle e anche delle milizie della pianura, oltre a essere segretario generale del Movimento 26 Luglio. I giorni della dittatura di Fulgencio Batista erano ormai contati, sebbene questi pensasse il contrario. Il suo regime era sostenuto e consigliato dagli Stati Uniti, che mantenevano una missione militare a La Habana, città visitata il 6 febbraio 1955 dal Vicepresidente Richard Nixon per esprimere le sue simpatie all' "uomo forte" del 10 marzo. Washington forniva, inoltre, l'armamento e le munizioni, parte dei quali furono conquistati dai ribelli per proseguire nella lotta rivoluzionaria.
La lotta nella pianura
L'attività clandestina in cerca di una via d'uscita divenne una necessità nella Cuba degli anni '50 in quanto Fulgencio Batista aveva sbarrato ogni soluzione pacifica, eliminando il gioco democratico-rappresentativo, le libertà sancite nell'ultima costituente e instaurando la repressione come qualcosa di quotidiano. Sanzioni per gli autori del golpe militare del 10 marzo 1952 vennero chieste, senza risultato, al Tribunale di Garanzie Costituzionali e Sociali da un giovane avvocato di 25 anni, di nome Fidel Castro Ruz. Più tardi, lo stesso Castro avrebbe organizzato un movimento clandestino per dare inizio alla lotta armata, assaltando nel 1953 la caserma Moncada. Fin dal primo momento vi fu il corpo studentesco contro il sistema batistiano. La Federazione Studentesca Universitaria (FEU) fece appello all'unità di tutto il popolo davanti alla nascente dittatura e rese onore all'abolita Costituzione del 1940 della Repubblica. Nel corso del 1952 e dell'anno seguente, vennero meno tutte le forme di rifiuto democratico. La protesta degli studenti si infiammò fino a passare anche attraverso la lotta clandestina. Dal 1953 la via armata divenne, tra le forme del dissenso, l'unica strada praticabile per poter sconfiggere il regime golpista, arrivando, dopo tre anni di lunga preparazione, alle montagne della Sierra (1956, sbarco del Granma e formazione dell'Esercito Ribelle); ma in ogni momento hanno avuto grande importanza altre azioni nelle città e in diverse località cubane dove operarono i cosiddetti combattenti della pianura. Centinaia di cubani si inserirono nella storia della Rivoluzione con innumerevoli missioni di maggiore o minore rischio, da quelle proprie della guerriglia urbana - sabotaggi, sollevazioni, attentati - fino a quelle di sostegno all'Esercito Ribelle, passando naturalmente per il proselitismo e per la formazione di una coscienza cittadina che contribuì al trionfo del 1° gennaio 1959. Nel 1955, le pressioni popolari obbligano Batista a concedere l'amnistia per i moncadisti, il 15 maggio; poco dopo si costituirà il Movimento 26 Luglio, e Fidel Castro e i suoi compagni partono per il Messico, mentre nel paese si diffonde la rete clandestina. Nel dicembre dello stesso anno vede la luce il Direttivo Rivoluzionario, sotto la direzione di José Antonio Echevarría, che già presiede la FEU. Tutti operano nel più assoluto segreto. Ambedue le organizzazioni, vincolate dalla Carta del Messico, apporteranno numerosi nomi alla lotta clandestina e ai martiri della lotta antibatistiana. Il Partito Socialista Popolare, messo al bando dalla dittatura, preso di mira nelle sue sedi e censurato il suo organo di stampa, il quotidiano "Hoy", andrà a ingrossare le fila della lotta armata, modificando quella che era la tesi iniziale che prevedeva soltanto la lotta di massa. Alla testa del partito si trovava nel 1958 Blas Roca Calderío. Il rifiuto della dittatura coinvolse ampi settori della società e si registrarono anche azioni isolate, collettive o individuali, di appartenenti ad altre organizzazioni che però non si distinsero come rivoluzionarie. Nel 1956 accaddero diversi fatti salienti: l'attacco alla caserma Goicuría di Matanzas (29 aprile); l’esecuzione, nella capitale, del colonnello Antonio Blanco Rico, capo del Servizio di Intelligenza Militare (SIM), da parte di un commando del Direttivo Rivoluzionario (27 ottobre) e l'assalto della polizia all'ambasciata di Haiti, situata tra Avenida 7 y calle 20, Miramar, a La Habana. Qui morirono dieci giovani che vi avevano cercato asilo, mentre il capo della polizia repressiva, Rafael Salas Cañizares, riportò ferite mortali (29 ottobre). Uno dei fatti che quell’anno maggiormente commosse la società cubana fu la sollevazione del 30 novembre a Santiago de Cuba, che avrebbe dovuto coincidere con lo sbarco dello yacht Granma, ma questo tardò fino alla mattina del 2 dicembre. Come rappresaglia il regime provocò il cosiddetto Natale di Sangue: l'uccisione di 23 rivoluzionari nella regione nord della provincia di Oriente ( 25 dicembre).. Nel frattempo sulla Sierra Maestra l'Esercito Ribelle si rafforza, e gli avvenimenti del 1957 riguardanti la pianura commossero l'intera nazione. Vi fu l'attacco al Palazzo Presidenziale e all'emittente radiofonica Radio Reloj a opera del Direttivo Rivoluzionario, dove rimasero uccisi numerosi partecipanti, tra cui il giovane presidente della Federazione Studentesca Universitaria (FEU), José Antonio Echevarría, e il veterano della lotta Menelao Mora Morales, il 13 marzo. La repressione intanto, andava inasprendosi. Lo sbarco del "Corynthia" sulla costa nord della provincia di Oriente, il 28 marzo, causa il massacro dei partecipanti a questa spedizione, mentre altri persero la vita nel crimine di Calle Humboldt 7, dove a colpi di mitragliatrice da parte dei corpi repressivi, per una delazione, perdono la vita quattro dirigenti del Direttivo che erano scampati all'attacco del Palazzo Presidenziale del 20 aprile. L'assassinio di Frank País García, il 30 luglio a Santiago de Cuba paralizza per diversi giorni la città e altre località. Il giovane capo delle azioni e dei sabotaggi del Movimento 26 Luglio viene vestito di verde olivo con i gradi di colonnello. Una moltitudine di persone trasforma i funerali in una protesta pubblica contro i suoi boia. L'insurrezione di Cienfuegos. Parte della guarnigione del Distretto Navale, diretta dal Movimento 26 Luglio, si solleva e occupa la base di Cayo Loco con il sostegno e la partecipazione della popolazione. Contro la città vennero impiegate ingenti forze e mezzi per schiacciare la rivolta e massacrare i prigionieri (5 settembre). Nel febbraio 1958 il sequestro del campione mondiale di automobilismo Juan Manuel Fangio, a La Habana, a opera di un comando del Movimento 26 Luglio, che beffarono gli agenti della sicurezza, tolse brillantezza a una corsa promossa dal Governo e dette risonanza internazionale all'accaduto facendo convergere l'opinione pubblica di tutto il mondo verso Cuba. Lo sciopero del 9 aprile 1958, convocato senza l'appoggio di tutti i settori operai rivoluzionari, non ebbe l'effetto sperato e fu represso nel sangue, con numerosi morti, dalle forze batistiane. La lotta clandestina agì durante tutto il periodo della dittatura - famosa divenne "la notte delle cento bombe" – e, già verso la fase conclusiva, lo scenario di guerra si trasferì nel territorio urbano, dove venne inferto il colpo di grazia al regime.
Sconfitta l'offensiva estiva dell'Esercito batistiano
"Questa offensiva sarà la più lunga di tutte; dopo la sua sconfitta, Batista sarà irrimediabilmente perduto". Così si espresse Fidel Castro all'inizio del giugno 1958 nelle direttive del Comando Generale ai comandanti delle colonne ribelli, riunite in vista dell'offensiva più dura lanciata fino allora dall’esercito di Batista contro la Sierra Maestra. Il 24 maggio era cominciata quella che venne definita "offensiva estiva". Con 14 battaglioni di fanteria e sette compagnie indipendenti, comandate da 44 alti ufficiali, tra cui tre generali, si pensava così di circondare e di annientare il Fronte n° 1 della Sierra Maestra, sede del Comando Generale. Nell’operazione erano impegnati fanteria, carri armati, aviazione e la Marina di guerra, oltre ad altri corpi armati, prima indipendenti, che da vari mesi erano stati subordinati a un comando supremo. Dal 31 marzo era in vigore lo "stato d'emergenza nazionale" e, con la repressione nel sangue dello sciopero generale del 9 aprile, Batista e i suoi accoliti pensarono di potere fare altrettanto con i ribelli. Tra le "forze fresche" vi erano 14.000 nuovi reclutamenti, arruolati principalmente tra i disoccupati e tra la povera gente delle campagne, ai quali veniva affibbiato il termine popolare di "casquitos" (caschetti). Al fine di "trasformare questa offensiva in un fallimento per la dittatura", Fidel Castro mosse in segreto le sue forze del sud e del centro della provincia orientale verso il lato occidentale del Pico Turquino, per formare un fronte difensivo di 30 km lungo i massicci principali della Sierra Maestra. Qui dispiegherà la Colonna n° 3 di Juan Almeida, la n° 2 di Camilo Cienfuegos, la n° 4 di Ramiro Valdés e la n° 7 di Crescencio Pérez, le quali si riunirono sotto il comando del Che, mentre Fidel dirigeva personalmente la Colonna n° 1. La strategia dei ribelli consisteva nell'opporre una resistenza organizzata e sfinire così l'esercito avversario, realizzando la necessaria rete per l'interscambio degli elementi e con armi sufficienti per lanciare la controffensiva nel momento stesso in cui gli attaccanti iniziavano a infiacchirsi. "Le diverse e successive fasi della difesa sono ultimate. Siamo sicuri che infliggeremo al nemico una sconfitta dal prezzo altissimo", affermava il capo dei ribelli nella sue direttive ai comandanti delle colonne. "Gli obbiettivi fondamentali di questo piano – indicava - sono: disporre di un territorio di base dove operino l’organizzazione, gli ospedali, i laboratori, ecc.; mantenere in onda l'emittente Radio Rebelde, che è diventata un fattore di primaria importanza; offrire una resistenza sempre più serrata al nemico a mano a mano che ci concentreremo e occuperemo i punti più strategici per lanciarci al contrattacco". Davanti alla possibilità che le truppe batistiane prendessero d'assalto qualche postazione, in un documento a parte precisava sul modo di agire. Da quel momento la lotta cessava definitivamente di essere una guerra di guerriglia per trasformarsi in una guerra di posizione e di movimento di vasta entità. I soldati avanzarono sul fianco settentrionale della Sierra e penetrarono attraverso Bueycito e Las Mercedes attraverso valli anguste e profonde che conducevano ai massicci più alti controllati dall'Esercito Ribelle. Per 35 giorni guadagnarono terreno scalando le montagne e arrivando a tagliare diagonalmente il massiccio della Sierra Maestra dopo estenuanti combattimenti. Comincia anche l'incursione delle fregate dalla costa, sul fianco meridionale. L'occupazione di Las Mercedes costò più di trenta ore di scontri, mentre nelle miniere di Bueycito penetrarono soltanto per dieci chilometri in 15 giorni di combattimenti. I ribelli affrontavano la fanteria, i carri armati e l'aviazione imboscati in luoghi strategici, minando i sentieri con le cariche recuperate dalle bombe inesplose lanciate dagli aerei e ritirandosi quando era impossibile tenere la posizione. I militari giunsero a Las Vegas de Jibacoa, Santo Domingo, Naranjal, Palma Mocha e in altri punti chiave; agli insorti rimase praticamente una striscia montagnosa larga soltanto sette chilometri. L'offensiva batistiana alla fine di giugno è contenuta, a Santo Domingo, dai ribelli che combatterono per tre giorni sotto un incessante bombardamento e mitragliamento dell'aviazione, procurando al nemico numerosi morti, feriti e prigionieri e sottraendo grandi quantità di armi e informazioni sui loro piani. Con le armi ottenute iniziò la controffensiva prevista da Fidel Castro. Adesso saranno i ribelli ad accerchiare e ad annientare. Da quel momento l'esercito retrocede con gravi perdite e sarà sconfitto anche a Merino, El Jigue, Las Vegas de Jibacoa e Las Mercedes. Vengono scacciati, causando loro 1.000 perdite, di questi 400 prigionieri. La battaglia di El Jigue, dove venne accerchiato e sconfitto il Battaglione di fanteria 18, durò dall'11 al 21 di luglio e vi fu un saldo di 249 armi sottratte, 41 tra soldati e ufficiali morti e 241 prigionieri, tra cui circa 30 feriti. Dopo 35 giorni la Sierra Maestra restò nelle mani dei ribelli. Come bottino si contavano 500 armi, due carri armati, mortai, bazooka, mitragliatrici e centinaia di fucili, causando la perdita di oltre 100.000 munizioni dell’esercito della dittatura. Da parte loro i ribelli riportarono 27 morti e 50 feriti, alcuni dei quali non riuscirono a sopravvivere. Vi morirono 4 capitani e il Comandante René Ramos Latour (Daniel). In 76 giorni vennero realizzati oltre trenta combattimenti e sei battaglie di forte entità. Parlando il 18 e il 19 di agosto da Radio Rebelde, Fidel Castro segnalava che l'Esercito Ribelle aveva respinto e distrutto virtualmente il fior fiore delle forze della tirannia, procurando loro uno dei maggiori disastri che un esercito moderno, attrezzato ed equipaggiato con tutte le risorse belliche, potesse subire, di fronte a delle forze militari non professioniste e circoscritte su un territorio circondato dalle truppe nemiche, senza aviazione, senza artiglieria e senza vie regolari di rifornimento. In questa data, viene ordinato ai Comandanti Camilo Cienfuegos ed Ernesto Che Guevara di dare inizio all'invasione verso occidente.
Le colonne di invasione, braccio della strategia finale
La schiacciante vittoria del 1958 davanti "all'offensiva dell'estate" dell'Esercito - l'ultima sulla Sierra Maestra - fece aumentare il numero e il morale delle truppe ribelli, diede fiducia nella vicinanza della vittoria e alimentò l’audacia di marciare verso occidente per decapitare il regime nel suo stesso covo. La lezione delle guerre indipendentiste era stata molto chiara: soltanto l'estensione della lotta a tutto il paese avrebbe permesso la distruzione dell'apparato repressivo e del suo supporto economico. Durante una tregua per la consegna dei prigionieri alla Croce Rossa Internazionale, le forze ribelli si riorganizzando senza perdere tempo. La Colonna n° 3 fece ritorno al III Fronte in modo da stringere l'accerchiamento della capitale orientale, Santiago de Cuba, mentre quelle di invasione di Camilo Cienfuegos e di Ernesto Che Guevara partivano verso occidente. I 300 combattenti che resistettero all'attacco si erano più che triplicati essendosi aggiunti a loro altri 800. Questo permise di formare altre colonne, estendendo così la lotta a praticamente tutti i municipi orientali e alla provincia di Camagüey. Agli inizi di ottobre le colonne n° 14 "José Antonio Echeverría" e la n° 12 "Simón Bolívar" partirono con la missione di costituire il IV Fronte nella zona nord-orientale, limitrofa a Camagüey, nei municipi di Puerto Padre, Las Tunas, Gibara e Holguín. Alla metà del mese, la colonna n° 13 "Ignacio Agramonte" si diresse verso il territorio camagüeyano. Allo stesso modo, Fidel Castro aveva ordinato al Comandante Camilo Cienfuegos di marciare con la colonna n° 2 "Antonio Maceo" fino alla provincia più occidentale, Pinar del Río, e al Comandante Che Guevara, con la Colonna n° 8 "Ciro Redondo", verso le montagne dell'Escambray. I due scesero dai monti e nel volgere di un mese e mezzo riuscirono a compiere il difficile obiettivo di stabilirsi a Las Villas, malgrado la presenza dell'esercito e dell'aviazione batistiana. Attraversarono l'orientale valle del Cauto, transitarono per Camagüey - una provincia dalle grandi pianure - in territori paludosi e isolati, con forti carenze di cibo e di acqua potabile, senza guide sicure e con i piedi scalzi e feriti. Molti soffrirono per funghi ai piedi. La maggior parte del tempo camminarono a piedi, con pesanti carichi e affrontando le piene dei fiumi ingrossati dalle piogge. Pensavano di poter accorciare il cammino con l'ausilio di mezzi motorizzati, ma un ciclone tropicale abbattutosi il 1° settembre rese impraticabili i sentieri, eccetto la sorvegliata strada centrale, l'unica asfaltata in tutta la regione. La "Ciro Redondo" partì dalla Sierra Maestra il 31 agosto 1958 e giunse alla Loma del Obispo il 16 ottobre dello stesso anno, dopo una marcia di 536 km. Nel luogo conosciuto come La Federal, nella notte del 9 settembre, l'avanguardia era caduta in una imboscata tesale dall'Esercito (morirono due ribelli) e dopo un breve scontro catturarono la guarnigione facendo quattro prigionieri, anche se da allora in poi l'aviazione li avrebbe perseguitati. Anche nella zona di Cuatro Compañeros vi furono alcuni scontri con l'Esercito che tentava di accerchiarli; il bombardamento al quale furono sottoposti causò loro un morto e diversi feriti, oltre allo smarrimento di una decina di combattenti che in seguito si unirono alle truppe di Camilo Cienfuegos. In seguito vi furono giorni difficili, accerchiati nelle vicinanze dello zuccherificio di "Baraguá", tra pestilenti paludi, senza acqua potabile e con le scarpe rotte. La famosa linea che dal fiume Júcaro portava alla città di Morón venne attraversata lanciandosi in acqua. Le forze della colonna n° 2 "Antonio Maceo" partirono il 21 agosto 1958 e arrivarono il 7 ottobre a Jobo Rosado. Nel tragitto di 470 km sostenne due combattimenti senza ricevere alcuna perdita, a parte due uomini che risultarono essere stati assassinati. "Nei 35 giorni di durata dell’attraversamento della provincia di Camagüey, abbiamo mangiato solamente 11 volte, nonostante fosse questa la zona con i più cospicui allevamenti di bestiame di Cuba", annotò nel suo diario Camilo Cienfuegos al narrare le sofferenze patite. A Las Villas si erano sollevate forze del Direttivo Rivoluzionario "13 Marzo", del Movimento 26 Luglio, del Partito Socialista Popolare e del II Fronte dell'Escambray. Il primo obbiettivo era quello di impedire lo svolgimento delle elezioni del 3 novembre 1958, e in un secondo momento bloccare le strade distruggendo i ponti. Sull'Escambray il Che applicò il principio di unità e organizzazione in vista della grande offensiva di dicembre, che risultò poi essere uno dei fattori per la caduta della tirannia. Prese possesso delle montagne meridionali e in una fulminante campagna liberò le città di Fomento, Cabaiguán, Placetas, Remedios, Caibarien e Santa Clara. La situazione militare in questa provincia fece si che Camilo Cienfuegos vi potesse permanere, occupando le colline e le pianure del nord verso Yaguajay, dove ingaggiò un feroce combattimento. A Pinar del Río nel frattempo, a partire da luglio operò un focolaio di guerriglia, che poi si disperse nel mese di agosto quando venne sorpreso per una delazione; riuscì a ricostituirsi in settembre con circa 30 uomini, arrivando a circa 300 nel mese di dicembre.
Le ultime battaglie della grande ribellione I ribelli venivano accolti con gioia dagli abitanti di ogni villaggio, che a loro si univano per prendere d'assalto la caserme.La guerra rivoluzionaria acquistò carattere nazionale soltanto negli ultimi mesi del 1958, di fronte alla demoralizzazione delle truppe batistiane. L'inarrestabile avanzata dell'Esercito Ribelle e l'insurrezione popolare diffusa impedirono la frustrazione del trionfo rivoluzionario attraverso un colpo di Stato e la conseguente ingerenza statunitense, come avvenne con la Mediazione Welles del 1933.Dopo aver annientato l'offensiva governativa dell'estate contro la Sierra Maestra - e respinta quella nella zona del II Fronte - le forze insorte proseguirono nelle loro azioni durante i mesi di agosto, settembre e ottobre con il duplice scopo di far fallire la farsa elettorale prevista per il 3 novembre e di estendere la lotta a vaste regioni del paese e, in seguito, conquistare tutta la provincia orientale.Le condizioni erano date. Oltre alla Sierra Maestra - I Fronte - il territorio liberato dal II Fronte "Frank País" comprendeva circa la terza parte dell'intera provincia di Oriente. Il III Fronte compiva la missione di stringere l'accerchiamento nelle regioni prossime a Santiago de Cuba, mentre il IV Fronte operava nella zona nord, ai confini con Camagüey. Progressivamente, venne costituita una Amministrazione Civile del Territorio Liberato sotto la responsabilità di Faustino Pérez, con la riscossione di tributi ai proprietari di zuccherifici e ad altri produttori. Il transito sulle vie e sulle strade era vigilato dalle pattuglie ribelli, che tendevano imboscate alle forze batistiane.Alla metà di novembre il Comandante in Capo Fidel Castro dispose l'inizio della Battaglia di Oriente, che aveva l'obbiettivo di accerchiare, attaccare e prendere possesso delle caserme e delle guarnigioni stanziate nei villaggi e nelle città, poiché già controllavano quelle delle campagne.Giorni addietro era iniziato l'assedio di Guantánamo e di Sagua de Tánamo. Nel frattempo venivano attaccate le guarnigioni di stanza negli zuccherifici e in alcuni villaggi - tra cui Alto Songo, a meno di 30 km da Santiago de Cuba - assieme a molte altre, respingendo sulle strade i rinforzi nemici. In tal senso, i comandanti delle colonne sul suolo orientale ricevettero precise istruzioni in merito, così come quelle di Camagüey e di Las Villas che avrebbero dovuto lanciarsi nella lotta urbana e provocare azioni militari di una certa entità che avrebbero obbligato il nemico a una grande mobilitazione di truppe.Tutti i fronti presero parte all'offensiva finale e giorno dopo giorno il territorio in mano ribelle andava facendosi sempre più esteso, nonostante la superiorità delle forze batistiane in uomini e nell’armamento e i selvaggi bombardamenti dell'aviazione. Il II e il III Fronte coordinavano le loro azioni, mentre le truppe del comandante Raúl Castro proseguivano l'avanzata nel triangolo compreso tra Mayarí, San Luis e Guantánamo, approssimandosi al luogo dove combatteva il comandante Juan Almeida, che andava compiendo incursioni nella periferia di Santiago de Cuba.Il Posto di Comando dell'Esercito batistiano a Bayamo rimase isolato dopo la caduta di Guisa, il 30 novembre, e l'accerchiamento di Jiguaní, Maffo, Contramaestre e Palma Soriano - al centro della provincia - compiuto dal I Fronte al comando di Fidel Castro.L'ultimo mese della dittatura di Batista cominciò con l'assedio dell’Esercito Ribelle a Santiago de Cuba e alle restanti città della zona. Ricevevano aiuti solamente per via aerea, dal momento che molte strade erano state rese inagibili per la distruzione dei ponti e per le imboscate tese dai ribelli.Anche a Las Villas furono chiuse le strade e i sentieri; il paese rimase diviso in due e i villaggi di Las Villas vennero liberati uno dopo l'altro a partire dalla presa di Fomento, il giorno 17, da parte del Comandante Ernesto Che Guevara. Il 27 dicembre si udivano gli ultimi spari del combattimento di Palma Soriano, durato cinque giorni; qui Fidel elaborò il piano d'assalto per Santiago de Cuba, Guantánamo, e Mayarí. Il 29 cominciava la battaglia di Santa Clara, capitale di Las Villas. Alla caduta di Maffo - il 30 dicembre e dopo 20 giorni di accanita resistenza - non resta una sola forza nemica tra Bayamo e Santiago de Cuba, dove da un momento all'altro prenderà il via l'offensiva finale, così come annunciava lo stesso Fidel in un messaggio diffuso da Radio Rebelde. Fulgencio Batista disponeva di una truppa di 70.000 effettivi, molto demoralizzati: 17.000 accerchiati in Oriente e 5.000 nella città di Santa Clara. Il leader dell'assalto alla Moncada non temeva il confronto con i 5.000 soldati e ufficiali distaccati nella capitale orientale, ma ritardò l'attacco accettando – per evitare altro spargimento di sangue - l'offerta del generale Eulogio Cantillo, capo delle operazioni in Oriente, che era disposto il 31 dicembre a deporre le armi e a chiedere le dimissioni del Governo. Nell'incontro avvenuto tra le rovine di uno zuccherificio tra Castro e Cantillo, questi si impegnò a non lasciare fuggire il dittatore e gli altri criminali batistiani. Vi fu un impegno per scongiurare un colpo di Stato e l’ingerenza straniera negli affari interni. Importanti azioni militari e politiche vennero dispiegate il 31 dicembre: alle 22 ora locale il tiranno venne a sapere che Santa Clara era quasi giunta alla resa, così come era successo quel pomeriggio a Yaguajay dopo 11 giorni di scontri. Quella di quella notte sarebbe stata la sua ultima cena a Cuba. Batista fuggì all’alba del 1° gennaio assieme ai suoi principali collaboratori - responsabili dei crimini e del saccheggio dei fondi pubblici - grazie alla complicità di Cantillo, che cercò di imporre un colpo di Stato a La Habana. Quando Fidel venne a conoscenza di ciò, con una arringa da Palma Soriano fece appello al paese per uno sciopero generale e alle sue forze di prendere le postazioni militari. "Golpe militare, no! Rivoluzione, si! Golpe militare alle spalle del popolo e della Rivoluzione, no!, perché servirà solo per prolungare la guerra", affermò. Dal 1° gennaio 1959 fino all’anno 2000 La Rivoluzione di gennaio al potere All’alba dell’Anno Nuovo comincia nel 1959 il più originale processo storico della seconda metà del '900. La Rivoluzione cubana si iscrive tra i grandi avvenimenti politici e sociali del XX secolo. La sua opera di trasformazioni, senza precedenti in un paese sottosviluppato, trascende i confini nazionali e americani per situarsi alla testa del Terzo Mondo. Se nel suo percorso esistesse qualche segreto – qualcosa di mistico – questo sarebbe lo scatenamento di un fenomeno di massa, il peculiare esercizio della comunicazione e dello scambio tra il vertice e la stragrande maggioranza della popolazione. Questo modo di procedere è stato compiuto dallo stesso istante in cui Fidel Castro fece appello allo sciopero generale, nella mattina del 1° gennaio. La fiducia popolare nella Rivoluzione venne confermata agli occhi del mondo (Operazione Verità) quando più di un milione di persone si radunarono il 21 gennaio a La Habana a difesa della loro sovranità – a Cuba sarebbe stata la prima volta di una lunga serie – a sostegno delle punizioni ai criminali batistiani e per respingere le campagne di diffamazione e le pressioni che da subito provenivano dagli Stati Uniti. I tribunali rivoluzionari vennero istituiti con la Legge 33 del 29 gennaio. Il 7 febbraio venne ripristinata la Costituzione del 1940, con l’approvazione della Legge Fondamentale della Repubblica, che introdusse quei cambiamenti corrispondenti alla nuova situazione vigente nel paese, come il conferimento del potere legislativo e della facoltà costituente al Consiglio dei Ministri, seguendo quanto stabilito dai mambises nella Costituzione di Jimaguayú e di La Yaya. Con questi poteri, tuttavia, ancora non veniva emanato quell'insieme di misure e di leggi promesse dal Movimento 26 Luglio. In accordo alla legislazione promulgata sulla Sierra Maestra, nei primi giorni di gennaio vennero sciolti il vecchio Esercito e la Polizia. La presidenza venne assunta da Manuel Urrutia Lleó, un ex-magistrato che il giorno 5 dichiarò cessato il Governo di Fulgencio Batista e dei suoi collaboratori, designando per decreto i componenti del nuovo gabinetto. La bilancia si inclinò, alla fine, verso la completa applicazione del Programma del Moncada, assumendo Fidel Castro la carica di Primo Ministro, il 16 febbraio. Due giorni dopo venivano sciolti i corpi repressivi della tirannia batistiana e successivamente controllate la Cuban Telephone Company, la Cooperativa de Ómnibus Aliados e quella di Ómnibus Metropolitanos S.A. Si stabilisce il ribasso delle tariffe telefoniche e poi di quelle elettriche, dei prezzi degli affitti e delle medicine. Il 17 maggio, nell'antico Comando Ribelle, a La Plata, Sierra Maestra viene firmata la Legge di Riforma Agraria. Nel mese di giugno avviene un rinnovo parziale del Consiglio Ministeriale; escono alcuni rappresentanti della destra ed entrano, tra gli altri, il professore universitario e veterano rivoluzionario Raúl Roa García, come Ministro degli Esteri, e il Comandante Pedro Miret, come Ministro dell'Agricoltura. La correlazione di forze risulta più favorevole, giacché dal principio nel gabinetto vi erano anche Faustino Pérez, Ministro per il recupero dei Beni Malversati, e Armando Hart, Ministro dell'Educazione. Le contraddizioni esistenti con il Presidente Urrutia Lleó, che facevano ritardare il processo di trasformazione rivoluzionario, fecero sì che Fidel Castro presentasse le dimissioni il 17 luglio, spiegando la sua decisione in un intervento trasmesso alla radio e alla televisione. L'opinione pubblica sostenne il Comandante in Capo e leader della Rivoluzione. Urrutia presentò le dimissioni e il Consiglio dei Ministri designò alla presidenza Osvaldo Dorticós Torrado. Fidel accetterà di riassumere l'incarico il 26 luglio, su richiesta di un milione di persone riunitesi nella Plaza Civica (attualmente Plaza de la Revolución). Migliaia di contadini erano presenti durante la celebrazione del VI Anniversario dell'assalto alla Caserma Moncada per sostenere la Legge di Riforma Agraria, contro cui gli Stati Uniti e l'oligarchia locale avevano focalizzato i loro attacchi. Nonostante l'inasprirsi della controrivoluzione, organizzata dalla Repubblica Dominicana e dagli Stati Uniti, dove fuggirono molti criminali e politici batistiani, il cammino per compiere le promesse della Moncada e della Sierra Maestra procedeva assai rapidamente. L'Agenzia Centrale d'Intelligenza (CIA) si sarebbe incaricata di compiere le istruzioni del presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower, che fomentava apertamente la controrivoluzione. Di fronte ai sabotaggi, ai crimini, alle minacce e alle cospirazioni il processo si radicalizzava. Le leggi di nazionalizzazione promulgate nel 1960 crearono un settore statale nell'economia e un passo verso la fase socialista. Il giorno 15 di quel mese Fidel Castro annunciò il compimento del Programma del Moncada, con l'aggiunta della Legge di Riforma Urbana. Più tardi sarà emanata quella sulla nazionalizzazione dell'insegnamento, il 6 giugno 1961. Operai, contadini e studenti entravano in massa nelle Milizie Nazionali Rivoluzionarie e nei Comitati di Difesa della Rivoluzione, fondati rispettivamente nel 1959 e nel 1960. Di fronte all'esodo di numerosi professionisti, incoraggiati da Miami, un importante settore dell'intellettualità pone le sue conoscenze al servizio del paese (trent'anni dopo Cuba avrebbe laureato mezzo milione di universitari). Si gettavano le basi dello sviluppo industriale, per lo sradicamento della povertà e dell'analfabetismo, per elevare i livelli di salute e di cultura, così come per lo sviluppo sportivo, tecnico-scientifico e umano.
Lo Stato cubano di nuovo tipo
La sorte di questo popolo a cui Fidel Castro fece appello nella sua "La storia mi assolverà", è diventata la problematica centrale dello Stato di nuovo tipo costruito a Cuba in oltre 40 anni di Rivoluzione. La politica seguita era diretta, in primo luogo, allo sradicamento della povertà e di tutte le forme di discriminazione, creando una base di sviluppo economico e i principi etici che avrebbero elevato la condizione sociale e l’autostima dei cubani, così come i loro ideali di fraternità e di solidarietà verso altri popoli. Quando il 16 aprile 1961, alla vigilia dell'invasione di Playa Girón Fidel Castro dichiarò, il carattere socialista del processo cubano, questo era già una realtà in seno all'economia socializzata ma anche nella portata delle misure sociali in atto. Ma il fatto di intraprendere la costruzione del socialismo in un paese sottosviluppato implicava grandi sacrifici ed enormi sforzi, nei quali venne coinvolta la maggior parte della popolazione, con le sue organizzazioni politiche e di massa. Tra il 1959 e il 1985 c'è stato un tasso medio di crescita annuo del 4.8 %, risultato ancora lontano per superare completamente l’eredità del sottosviluppo, ma comunque ben al di là dei risultati ottenuti in altri paesi dell'America Latina e del Terzo Mondo. E’ allora che vengono tracciate le mete più importanti e si inizia ad adeguare alla realtà cubana il sistema di direzione dell’economia, come parte di un processo chiamato ‘di rettifica’ degli errori, che viene a rappresentare una tendenza verso i valori dell'identità e della cultura nazionale, per un'etica che elevi l'uomo e preservi la società. Allo stesso modo lo sviluppo viene accelerato sulla base di una rivoluzione tecnico-scientifica, le cui premesse furono create già dagli anni '60. Dal primo anno della Rivoluzione, l'attività monetaria venne assunta dalla Banca Nazionale di Cuba, presieduta dal Comandante Ernesto Che Guevara, dal 25 novembre 1959. Fino al primo trimestre del 1960 erano stati recuperati 400 milioni di pesos dal Ministero creato per confiscare i beni pubblici malversati. Nel marzo del 1960 venne creata la Giunta Centrale di Pianificazione (JUCEPLAN) e nel mese seguente la Banca per il Commercio Estero. Successivamente il paese andrà dotandosi di nuovi ministeri, organismi e istituzioni di nuovo tipo, così come di istituti scientifici conformi alle richieste dello sviluppo. Al fine di garantire la difesa del processo, il 6 giugno 1961 viene abolito il Ministero di Governabilità e al suo posto nasce il Ministero dell'Interno, con Ramiro Valdés Menéndez come Ministro; il 16 ottobre 1959 veniva costituito il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, alla cui testa vi era Raúl Castro. Lo Stato divenne il principale investitore. Già nel luglio 1960 vennero destinati 92 milioni di pesos – 52 in valuta - a 52 fabbriche; altri 20 milioni all'industria mineraria, nel mese di dicembre. Il bilancio della nazione per il 1961 fu di 1.435 milioni di pesos, tre volte superiori a quello più alto della repubblica prerivoluzionaria. Negli anni '70 terminò il processo di istituzionalizzazione della Rivoluzione cubana, con l'approvazione attraverso un referendum popolare di una nuova Costituzione della Repubblica (entrata in vigore il 24 febbraio 1975) e con la creazione degli organismi del Poder Popular, la cui prima Assemblea Nazionale venne costituita il 2 dicembre 1976. A partire da allora, il processo di industrializzazione divenne il fattore predominante nello sviluppo del paese. Gli investimenti eseguiti dallo Stato dal 1976 al 1980 (13.200 milioni di pesos) rappresentano un 75 % in più rispetto ai cinque anni precedenti e il triplo rispetto al periodo 1966-1970. Ci fu una crescita dei principali settori economici e sociali, una maggiore efficienza e produttività (3.4 % all’anno) e le modifiche nelle proporzioni e nella struttura del commercio estero con i paesi socialisti del Consiglio di Mutua Assistenza Economica (CAME), permisero una stabilità dei prezzi e delle forniture. Incrementare l'efficacia dell'economia, fare buon uso delle capacità industriali, portare a conclusione un gran numero di opere pubbliche in costruzione e perfezionare a tutti i livelli la gestione politica e sociale, sono state le priorità che hanno contrassegnato il cammino verso il futuro. Al principio degli anni '90 il paese era nelle condizioni di poter fare il grande salto, ma questo venne frustrato per la perdita dei mercati tradizionali a causa della scomparsa dell'Unione Sovietica e della comunità degli stati socialisti europei. A partire dalla fine del 1990 si è proceduto a un riassestamento dei piani economici, per le inadempienze dell’URSS sulle sue mancate esportazioni di combustibile e di altri prodotti verso Cuba. Nel 1993 le importazioni sono cadute del 75 % e praticamente il 71 % delle aziende statali sono via via divenute improduttive. Il prodotto interno lordo è sceso di circa il 35 % rispetto a quello del 1989, con un deficit nel bilancio statale del 33 % rispetto al PIL. Ma nel 1994 la caduta è stata arrestata, l'economia ha avuto una crescita di un modesto 0.7 %, le esportazioni cominciavano a recuperare e il deficit di bilancio è sceso al 7.4 % del PIL. La ripresa economica è in crescita: 2.5 % nel 1995 e 7.8 % nel 1996. A prescindere dal piano di risanamento e di recupero applicato, Cuba non avrebbe mai potuto rinascere come l’Araba Fenice se non avesse potuto contare sulle basi strutturali e umane create nei decenni precedenti.
Gli Stati Uniti contro la Rivoluzione cubana: di nuovo Davide e Golia
Dal Governo repubblicano del generale Dwight D. Eisenhower le amministrazioni dei due grandi partiti statunitensi hanno mantenuto un’implacabile politica contro Cuba. Nella versione americana di un’antica leggenda, il gigante Golia non perdona la sfida del Davide caraibico. Il 3 gennaio 1961 gli Stati Uniti rompono unilateralmente le loro relazioni diplomatiche con Cuba e, a partire da allora, Washington comincia a esercitare forti pressioni sugli altri paesi latinoamericani affinché facciano altrettanto. Con la degna eccezione di quello Messico, tutti i Governi latinoamericani seguirono questa indicazione e nel 1963 Cuba venne esclusa dall'Organizzazione degli Stati Americani durante l'Assemblea Generale tenutasi a Punta del Este, in Uruguay. Sul suolo cubano venne accelerata la preparazione per respingere le aggressioni. I soldati e i miliziani, appena terminata la preparazione militare erano dislocati a proteggere i principali interessi economici, politici e militari del paese. La controrivoluzione interna fu sconfitta nella prima metà degli anni '60, ma gli attacchi armati e le provocazioni dalle basi nella Florida, la politica di vessazione delle varie amministrazioni di turno a Washington e il blocco economico, che è andato sempre più inasprendosi con il trascorrere degli anni, non sono mai cessati. Molti complotti sono stati fatti fallire in tempo, grazie alle infiltrazioni nelle fila della controrivoluzione e nella stessa Agenzia Centrale d'Intelligenza (CIA) degli Stati Uniti. I piani per l'eliminazione fisica dei dirigenti della Rivoluzione, in primo luogo Fidel Castro, sono stati sgominati dagli Organi della Sicurezza Cubana. Grande emozione provocò nella società cubana il sabotaggio della nave francese La Coubre, avvenuto il 4 marzo 1960, mentre era ancorata a un molo di La Habana (46 morti e 241 feriti), così come in anni seguenti, l'esplosione a opera di terroristi dell'aereo CUT-1201 della Cubana de Aviación appena dopo il decollo, il 6 ottobre 1976, nel cielo di Barbados. Questo fatto costò la vita a 73 persone, tra passeggeri ed equipaggio (11 guayanesi, 5 coreani e 57 cubani, tra cui 25 giovani della squadra giovanile di scherma che facevano ritorno dal Venezuela, dove avevano conquistato tutte le medaglie d'oro nel Campionato Centroamericano e dei Caraibi). All'aggressione di Cuba come programma elettorale si ricorse per la prima volta nel 1960, anno di elezioni negli Stati Uniti, da ambedue gli aspiranti alla presidenza, il repubblicano e Vicepresidente del paese Richard Nixon, e il democratico John F. Kennedy. I risultati delle elezioni fecero sì che il primo avesse la paternità del piano di invasione, mentre il secondo avrebbe avuto, mesi più tardi, la responsabilità della sconfitta della Brigata 2506 a Playa Girón. Secondo quanto espresso nelle sue memorie (‘I miei anni alla Casa Bianca’), Eisenhower il 17 marzo 1960 ordinò alla CIA di cominciare a organizzare l'addestramento dei cubani esuli, soprattutto in Guatemala, "in previsione di un giorno futuro nel quale possano fare ritorno alla loro patria…"; "…continuavamo a mantenere piani di emergenza per Cuba. Tra questi figuravano eventualità come il blocco, l'azione militare e un'azione congiunta da parte dei paesi dell’America Latina". Tra il 1959 e il 1961 la CIA patrocinò circa 300 organizzazioni controrivoluzionarie. Durante questo periodo vennero incrementati i sabotaggi, che lasciarono dietro di sé un gran numero di morti e di feriti, come pure danni materiali alla produzione, alle scuole, a centri di lavoro e ad altri impianti. In questi e nei successivi anni si verificarono numerose infiltrazioni nel territorio nazionale, sequestri di aerei, bombardamenti a città e a villaggi, assalti ai pescherecci, provocazioni dalla base navale di Guantánamo e sollevazioni di gruppi armati nelle province di Oriente, Las Villas, Matanzas e Pinar del Río, che assassinarono contadini e giovani alfabetizzatori, bruciarono scuole e cercarono di destabilizzare l'economia. Dal suo fallimento nella spedizione della Baia dei Porci fino alla cosiddetta Crisi di Ottobre (o Crisi dei Missili) nel 1962, la CIA incrementò le sue azioni contro Cuba. Da aprile a dicembre 1961 si verificarono 826 azioni controrivoluzionarie, numero che venne triplicato tra gennaio e agosto dell’anno seguente. L’aggressione diretta costituì di nuovo l’opzione principale per Washington, con forti indizi della sua imminenza. Nell’uso del suo diritto alla sovranità, Cuba accettò la proposta sovietica di installare nel paese armi nucleari per frenare le intenzioni statunitensi. I cubani agirono con la massima calma quando il 24 ottobre 1962 gli Stati Uniti decretarono il blocco navale dell’Isola ed era palpabile il pericolo di un attacco aereo di sorpresa. A partire dagli anni ’80, la preparazione della popolazione sul concetto di guerra di tutto il popolo ha potuto contenere i piani aggressivi dei Governi di Ronald Reagan e di George Bush. Poco alla volta, la quasi totalità delle nazioni latinoamericane ristabilì le relazioni diplomatiche con Cuba e la stessa Assemblea Generale degli Stati Americani nel 1996 respinse il carattere extraterritoriale della legge nordamericana Helms-Burton, approvata dal Congresso di Washington per cercare di asfissiare l’economia cubana. Alla fine del 1997, circa 1.500 pagine degli archivi militari degli Stati Uniti che si riferivano ad azioni segrete contro Cuba tra il 1962 e il 1964 vennero declassificate e rese pubbliche. Documenti ufficiali, che evidenziano come oggi a Washington si stiano tramando aggressioni contro Cuba – che forse potranno essere conosciute tra 35 anni – e che rivelano come siano state pianificate autoaggressioni reali o finte per utilizzarle poi come giustificazioni per un’invasione contro Cuba. Tra questi progetti risaltano: l’affondamento di imbarcazioni di profughi dirette in Florida, con aerei preparati per farli apparire come se fossero della Forza Aerea Cubana; fare esplodere bombe in luoghi scelti di Miami e attentare alla vita di rifugiati in questa città, facendole apparire come azioni dirette da Cuba; simulare un attacco di Cuba a una nazione dei Caraibi, attaccandola realmente con aerei nordamericani camuffati; dirigere questi attacchi camuffati contro navi statunitensi, contro la base navale di Guantánamo o contro aerei civili nei Caraibi. Da aprile 1994 fino alla fine del 1997, secondo denunce del Governo cubano, "… i servizi della sicurezza cubana hanno rilevato la preparazione, da parte della Fondazione Nazionale Cubano-Americana (FNCA) e di altri gruppi terroristici di Miami, di circa 30 azioni terroristiche contro Cuba". Nel 1995 vennero arrestati Santos Armando Martínez Rueda e Jorge Enrique Ramírez Oro, entrambi residenti a Miami e che erano entrati a Cuba come turisti del Costa Rica con passaporti falsi, dopo che si erano infiltrati per via marittima nella regione orientale di Cuba per introdurre e per nascondervi 51 libbre di esplosivo C-4 con le quali intendevano realizzare diverse azioni terroristiche, tra queste alcune negli hotel del turismo internazionale. Il 21 ottobre 1996 è stato rilevato attraverso il corridoio aereo di Girón, da parte dell’equipaggio di un aereo di linea cubano, il volo di un aereo monomotore di fumigazione modello S2R, con matricola N3093M del registro aereo degli Stati Uniti, utilizzato dal Dipartimento di Stato, in volo dalla base Patrick della Forza Aerea Nordamericana, di Cocoa Beach, in Florida, verso Gran Caimán, che ha liberato sopra Cuba in modo intermittente una nebbia bianca o grigiastra che ha provocato successivamente l’apparizione in tutta l’isola della plaga Thrips Palmi. Questi fatti costituiscono un’aggressione biologica provata che Cuba ha denunciato in diversi forum internazionali. Nel settembre 1997 è stato arrestato a La Habana anche il cittadino salvadoreño Raúl Ernesto Cruz León, che era entrato a Cuba in due occasioni come turista e che aveva fatto esplodere bombe negli hotel Capri e Nacional (12 luglio 1997) e negli hotel Copacabana, Tritón, Chateau Miramar e nel bar-ristorante La Bodeguita del Medio (4 settembre 1997), tutti nella capitale cubana. Nell’attentato al Copacabana era morto il turista italiano Fabio Di Celmo. Raúl Ernesto Cruz León ha riconosciuto davanti alle telecamere della televisione cubana, il 15 settembre 1997, di essere stato l’autore di questi fatti terroristici, la sua condizione di mercenario reclutato, pagato ed equipaggiato all’estero di mezzi molto sofisticati per tali azioni. Inoltre, il 15 agosto 1997 è stato arrestato a La Habana, e poi rispedito negli Stati Uniti, David Norman Dorn, che era stato reclutato a Washington dal direttore di Freedom House, Frank Calzón, per entrare a Cuba facendosi passare per turista, raccogliere informazioni riservate e rifornire di materiale e finanziare alcuni capoccia controrivoluzionari. Freedom House è un’istituzione che si dedica, "in modo presunto", a promuovere la democrazia e che riceve abbondanti fondi dal Governo degli Stati Uniti. Il 27 ottobre 1997, il servizio guardacoste degli Stati Uniti ha fermato un’imbarcazione, in acque limitrofe al municipio portoricano di Cabo Rojo, sulla quale si trovavano i cubani residenti in territorio nordamericano Angel Hernández Rojo, Juan Bautista Marques, Francisco Secundino Cordova e Angel Manuel Alfonso, che trasportavano mitragliatrici calibro 50 marca Barret. Secondo quanto ha dichiarato Angel Manuel Alfonso davanti a un giudice federale statunitense, il gruppo era diretto all’Isola Margarita, in Venezuela, dove in quel momento era in corso una riunione dei Presidenti ibero-americani alla quale partecipava il Presidente Fidel Castro Ruz, contro il quale intendevano realizzare un attentato. Tutti questi fatti evidenziano come ancora oggi, all’arrivo dell’anno 2000 e oltre 40 anni dopo il trionfo della Rivoluzione cubana, riconosciuta come una delle più umane e popolari che siano avvenute nella storia, gli Stati Uniti si ostinano in tutti i modi per distruggerla. Per oltre quattro decenni le azioni terroristiche, promosse da Washington, hanno causato la morte di 3.478 persone e altre 2.000 hanno subito invalidità permanenti, delitti denunciati nell’Istanza del Popolo di Cuba contro il Governo degli Stati Uniti, presentata nel 1999 dalle organizzazioni civili cubane più rappresentative al Tribunale Provinciale Popolare di Ciudad de La Habana che, dopo un rigoroso processo, ha giudicato colpevole il Governo degli Stati Uniti e lo ha condannato a pagare un indennizzo per i danni causati di 181.100 milioni di dollari.
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